La rivoluzione calcistica di Arrigo Sacchi

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Nell’Estate 1987 giunse alla guida del Milan un tecnico che cambierà per sempre la storia del calcio italico e mondiale: il suo nome era Arrigo Sacchi. L’allenatore di Fusignano era figlio del calcio totale olandese dei primi anno Settanta, accanito e tenace studioso dei metodi di allenamento di Rinus Michels che cercò di applicare nel suo piccole nelle prime esperienze da allenatore: Rimini, Parma, le giovanili del Cesena e della Fiorentina, per poi sbarcare in Serie A con i rossoneri e invertire la tendenza che,oggi come allora, ci voleva piccoli contro le grandi d’Europa.

Berluscono gli affidò il compito di cambiare il calcio e di riportare in alto una squadra reduce da anni di delusioni e di Serie B, con l’obiettivo e il sogno di giungere fino al tetto del Mondo. Quel Milan riuscirà a compiere quest’impresa grazie ad una rivoluzione tattica ma non solo, poiché Arrigo non lavorava soltanto sui muscoli dei giocatori ma anche e soprattutto sulla loro testa.

Era un martello, insistente, tutto pressing e ripartenze. La sua missione era grandiosa nel progetto e nell’obiettivo: non si accontentava mai, voleva sempre di più, sospinto da umana ambizione e seguito da un popolo di adepti. Sacchi, di quella gente, era il profeta. E come tutti i profeti il suo destino fu quello di dividere: da una parte chi credeva nel verbo, dall’altra chi lo criticava.

La grande capacità di Sacchi fu quella di unire in una sola squadra tante diverse idee tattiche: la zona, il pressing, il fuorigioco e la mentalità.

Molti lo accusano di essere riuscito nell’impresa solo perché aveva uno squadrone alle sue dipendenze, una difesa magnifica con Tassotti, Filippo Galli (o Costacurta), Franco Baresi e Maldini, un centrocampo di architetti che conoscevano l’arte del sacrificio come Ancelotti, Donadoni, Rijkaard, Evani e Colombo, e là davanti c’erano Gullit e Van Basten, il meglio che la piazza potesse offrire. Ma solamente un condottiero innovativo com’è stato lui poteva far vincere questo gruppo di fenomeni imprimendo negli occhi di chi ha guardato quella squadra la sensazione di assistere ad uno spettacolo unico ed irripetibile.

Sacchi restò al Milan per quattro stagioni vincendo uno Scudetto, una Supercoppa italiana, due coppe dei Campioni, due Supercoppe europee, due coppe Intercontinentali e, infine, nella primavera del 1991, stremato lui e di riflesso anche i suoi giocatori, se ne andò.

Quel Milan fece scuola, il calcio di Sacchi venne copiato (con risultati non sempre brillanti), ma mai più si vide una tale meraviglia. Erano perfetti i movimenti sincronici dei centrocampisti che allargavano il gioco e dei terzini che s’inserivano creando così la sovrapposizione. Erano splendide perfino le chiusure difensive, quello scivolare verso il pallone in possesso degli avversari che poi si sarebbe chiamato “diagonale”.

Gli avversari del suo Milan non ci capivano nulla, erano assediati. Sacchi dedicava intere sedute di allenamento per migliorare il pressing, martellava i suoi ragazzi, li rintronava. E, se non era sicuro che avessero capito tutto, la sera, dopo cena, passava nelle camere e li interrogava. la sua vera rivoluzione fu nei metodi di allenamento: massima intensità, massimo impegno.

Chiusa l’avventura con il Milan divenne tecnico della Nazionale provando a trasformare l’Italia in un club (un po’ come sta facendo Antonio Conte), ma l’impresa non gli riuscì completamente: un secondo posto a Usa 94 ma anche un Europeo 1996 fallimentare. Le successive esperienze in panchina furono altrettanto deludenti: Atletico Madrid e il ritorno al Milan saranno cocenti delusioni per il tecnico romagnolo.

Queste esperienze negative non possono, però, cancellare quei quattro anni che hanno rivoluzionato indelebilmente la storia del calcio: tutto ciò che il calcio ha proposto dal 1992 in poi nasce proprio ispirandosi alla rivoluzione sacchiana (compresi il Barcellona di Guardiola e le migliori squadre di Ancelotti).

Armando Zavaglia