II PT. DELL’INCHIESTA: IL LATITANTE MATTEO MESSINA DENARO TRA CALABRIA E SICILIA

Il 3 settembre 2016, nel trapanese, qualcuno parlava al cellulare inconsapevole di essere intercettato dalle Forze dell’Ordine e dava, di fatto, informazioni sulla latitanza di Matteo Messina Denaro, che perdura ormai da ben 25 anni. “Era in Calabria e poi è tornato ed ha incontrato cristiani”, parlottavano così alcuni dei 22 indagati destinatari del provvedimento di fermo emesso dalla DDA di Palermo il 19 aprile 2018. Probabilmente il boss di Castelvetrano girava indisturbato in Calabria anche nel recente 2016, se facciamo caso alla data dell’intercettazione incriminata. Una latitanza finanziata dalle attività illecite di Cosa Nostra, quali pizzo, estorsione; ma ancor di più dal settore eolico, dalle aste giudiziarie e dalle scommesse: infatti, tra le tante persone coinvolte nell’inchiesta troviamo il c.d. “re dei giochi di Trapani”, Carlo Cattaneo, originario di Castelvetrano. A questo punto è naturale pensare che Messina Denaro abbia contatti di un certo rilievo anche nella regione calabrese, tanto cara anche a Salvatore Riina e Luciano Liggio, stretti in un’alleanza ben salda con la ‘ndrangheta, fatta di reciproci favori e silenzi. Riina aveva attraversato lo Stretto travestito da frate, gli anni in cui a Reggio Calabria la guerra tra la cosca De Stefano contro le cosche Serraino-Condello-Imerti, insaguinava la città. Se proviamo ad immaginare il c.d. “capo dei capi” travestito da frate per riuscire ad imbarcarsi, non poteva certo essere l’incarnazione di quel gran signore che purtroppo ancora prevale nell’immaginario collettivo. E allora quali opportunità dà la mafia? Il lusso è altrove, non di certo nei rifugi sotterranei o nelle capanne in aperta campagna dove sono stati trovati i boss latitanti con Provenzano. Travestirsi per viaggiare…questa può essere chiamata bella vita?

Il tritolo per uccidere Paolo Borsellino sembrerebbe esser stato fornito proprio dalla ‘ndrangheta, che si impegnò anche per ammazzare il giudice Antonino Scopelliti nel ’91 per conto di Cosa Nostra, perché sosteneva l’accusa davanti alla Suprema Corte contro i boss palermitani condannati nel primo maxiprocesso. Una sorta di contropartita delle ‘ndrine per la mediazione di Riina intervenuto per far cessare la guerra scatenatasi a Reggio Calabria dopo l’uccisione del boss Paolo De Stefano nell’ ’85. Tutto questo excursus per arrivare di nuovo alla latitanza di Messina Denaro ed a quanto gli sia fertile e amica la terra di Calabria. Sempre secondo l’intercettazione del 3/9/2016, il capo mafia di Castelvetrano sarebbe ritornato in patria ed avrebbe incontrato i suoi fedelissimi. Ma dove? Castelvetrano è una città dell’entroterra trapanese, all’altezza del lago della Trinità e si estende fino alla foce del fiume Selino. Il latitante potrebbe nascondersi tra gli eucalipti e le palme della folta vegetazione del lago e magari confondersi tra i visitatori dell’area attrezzata presso lo stesso. Da lì avrebbe una buona comunicazione con l’esterno, essendo confinante con Mazara del Vallo, Campobello di Mazara, Partanna, Salemi e Santa Ninfa, senza contare che sarebbe comodo e regnante nella sua città. Ancora, potrebbe trovarsi in un rifugio interrato vicino al fiume Selino, oggi Modione, dove sorgevano antiche necropoli nonché il santuario di Demetra. Messina Denaro non potrà scappare in eterno come una impaurita formichina a cui stanno, pian piano, dimezzando le colleghe formiche, cioè i fedelissimi. Ormai questa nostra piccola inchiesta è aperta e non si chiuderà finchè, società civile e Forze dell’Ordine insieme, non lo avremo trovato.

Diceva Paolo Borsellino che:”Davanti alle difficoltà non bisogna arrendersi. Al contrario devono stimolarci a fare sempre di più e meglio, a superare gli ostacoli per raggiungere i risultati che ci siamo prefissati”.

Federica Giovinco

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