Raikkonen, il ritorno del figliol prodigo

Un ritorno da figliol prodigo? Meglio dire un ritorno da vincente. Per Kimi Raikkonen la nuova avventura in Ferrari rappresenta il riscatto verso tutti quei detrattori che, a cuor un po’ troppo leggero, preferirono puntare sulla coppia Alonso – Massa con effetti disastrosi, ora sotto gli occhi di tutti. E anche in questo caso, ovvero nel ritorno in Ferrari, Raikkonen ha dovuto vincere anche lo scetticismo. Come anticipato dalle colonne del nostro giornale nel mese di giugno scorso, la Ferrari aveva puntato su Kamui Kobayashi, terzo pilota ma soprattutto portatore di yen giapponesi, che in questo momento servono come oro colato. Il rifiuto di Kobayashi (!) per guidare la seconda monoposto della Ferrari, ha così aperto le strade al ritorno del finlandese dagli occhi di ghiaccio. Ed è stato meglio così: in paragone un conto è avere sul palco Leone Di Lernia, un altro è avere Frank Sinatra in frac. Personaggio schivo e restio ai microfoni, Raikkonen fa parlare la continuità a punti delle sue macchine, con le statistiche che meritano rispetto: 194 gran premi disputati, 20 quelli vinti, 77 podi, 969 punti conquistati, 16 pole position e 39 giri veloci. Dulcis in fundo, il mondiale vinto al primo anno in Ferrari nel 2007 all’ultima gara di campionato: bastarono 110 punti per vincerlo, scavalcando nella corsa Hamilton e Massa e contribuendo anche a portare il titolo costruttori alla Ferrari. Se l’esordio era stato ottimo, gli anni successivi furono un mezzo calvario, con una macchina poco competitiva che non poteva essere, certamente, sostenuta e adeguata per i ritmi di un campione del mondo. Nel 2008 divenne il gregario di Massa, che perse il titolo mondiale praticamente all’ultimo giro dell’ultimo gran premio, mentre nel 2009 cadde proprio in un’apatia sportiva che convinse la Ferrari al cambio, pagando a Raikkonen un anno di contratto per farlo stare fermo. Il finlandese non perse la calma (figurarsi: all’esordio in Sauber si addormentò poco prima della gara) e ripartì quasi da zero, correndo nelle macchine rally e nei Nascar e ripartendo, poi, nel 2012 con la Lotus che bruciò sul tempo la Williams, con un ricco contratto offerto e mai pagato sino in fondo. Il ritorno di Raikkonen nel circus è una festa nella seconda parte di stagione, quando s’inserì prepotentemente nella lotta al titolo: non bastarono 207 punti contro il marziano Vettel, ma dimostrò a tutti di non essere un pilota bollito. Nella scorsa stagione partì benissimo con quattro podi nelle prime cinque gare, ma si perse alle prime voci di mercato e agli assegni che tardavano ad arrivare. Ha saltato le ultime due corse per un infortunio alla schiena (con successiva operazione) e ora è ritornato in sella alla Ferrari, dove il suo ruolo appare subito un rebus. Sarà un secondo o un mezzo primo? Potrà rivincere un mondiale o fare da spalla ad Alonso? Certo è che non vedremo una copia di Felipe Massa, non si accontenterà di fare il gregario e, soprattutto, correrà sempre per vincere. Soprattutto, è arrivato per pochi spiccioli, in confronto a quanto successe nel 2002, con la McLaren che versò cinquanta milioni di dollari alla Sauber, per averlo come pilota da abbinare insieme a David Coulthard. Non sarà una primissima stella, ma non è neanche l’ultimo dei pianeti. Raikkonen sarà la scheggia impazzita di questo campionato automobilistico.
Massimo Maneggio

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