Ficazzane letali: la storia di Bisignano (a cura di Franco Murano)

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La strage delle “ficazzane” del 29 giugno 1959

Il 29 giugno del 1959, sessantasette anni fa, la cittadina di Bisignano fu funestata da un tragico evento passato alla storia come la strage delle “ficazzane”. Una tragedia che causò cinque morti e un ferito: il proprietario terriero Pasquale Barone, l’estimatore Raffaele Ammirata, il giovane aiutante della famiglia Barone Franco Camera, il mezzadro Armando Adamo De Bonis e Giovanni Ricucci. L’unico superstite fu Attilio Sposato, scampato per miracolo alla morte.

Il fatto

Nel pomeriggio del 29 giugno 1959, un’auto con a bordo quattro persone si diresse verso l’abitazione di Armando Adamo De Bonis. Poiché la strada non consentiva alla vettura di raggiungere la casa, gli occupanti — Pasquale Barone, Attilio Sposato, Raffaele Ammirata e Franco Camera — dovettero percorrere l’ultimo tratto a piedi. Altre due persone che avrebbero dovuto far parte del gruppo, per loro fortuna, all’ultimo momento non parteciparono alla spedizione. Quando si presentarono davanti all’abitazione di De Bonis, la discussione si accese subito. In effetti i motivi del contendere erano diversi. In primo luogo vi era un vecchio contenzioso risalente all’anno precedente, legato alla vendita di una partita di fichi secchi. All’epoca, i fichi erano alimenti preziosissimi: ricchi di calorie ed elementi nutritivi, permettevano la sopravvivenza invernale delle famiglie povere. Tanto preziosi questi frutti da essere custoditi chiusi a chiave in bauli di legno, i “casciuni.

In effetti, nel millenovecentocinqantotto, i fichi secchi della famiglia De Bonis erano stati oggetto di una trattativa con un intermediario del posto, un certo Giuseppe Nicoletti, che aveva versato un anticipo (la “caparra”) per il loro l’acquisto. Nel corso della stagione, dopo aver tergiversato, forse per ottenere un prezzo migliore, Nicoletti ruppe l’accordo. Ne nacque una causa legale con la famiglia dei mezzadri per cui Nicoletti si rivolse all’avvocato Pasquale Barone, il quale accettò l’incarico, nonostante fosse il proprietario del fondo su cui lavorava Armando De Bonis. La causa fu vinta da Nicoletti e fu certamente anche per questo motivo, insieme ad altri, che i rapporti fra la famiglia del mezzadro e il proprietario terriero erano peggiorati.

Inoltre, nel pomeriggio del 29 giugno, nella discussione entrarono in gioco anche le “ficazzane”. I toni divennero violenti e le urla furono sentite dai vicini di casa, la famiglia di Francesco Iannace. Pasquale Barone e gli altri, capendo che la situazione stava precipitando, decisero di andarsene a gambe levate. Inseguiti dalle minacce di De Bonis, si avviarono velocemente sulla via del ritorno, ognuno con la forza che aveva nelle gambe, formando un’involontaria fila indiana. L’ultimo della fila era Attilio Sposato. La decisione era stata saggia, ma nella testa di Armando era scoppiata una rabbia incontrollata e il mezzadro decise inopinatamente di chiudere i conti una volta per tutte con coloro che riteneva i suoi oppressori: entrò in casa, prese il fucile da caccia e la cartucciera e li inseguì.

Quando il gruppo si trovava ancora nei pressi della sua casa Armando esplose il primo colpo, raggiungendo Attilio. Il giovane parente di Pasquale Barone cadde a terra sanguinante, colpito alla testa e alle spalle dai pallini. Dopo un momento di shock e la perdita parziale dei sensi, sentì dei passi avvicinarsi: era Armando De Bonis. Si finse morto, pensò che stesse per ricevere il colpo di grazia, ma Armando gli chiese scusa, chiamandolo per nome e dicendogli che non era lui l’obiettivo. In seguito raccontò ai suoi familiari che rimasto a terra, in uno stato di semi-incoscienza, sentì suonare le campane del paese per la festa di San Pietro. Si rivolse al Santo chiedendo la grazia di salvarsi. Poco dopo passò da lì Giovanni Ricucci, un contadino che tornava dal suo podere.

Sentendolo lamentarsi, Ricucci lo soccorse senza curarsi dei propri gravi problemi cardiaci: caricò il ferito sul telaio della propria bicicletta e lo trasportò fino all’ingresso del paese, in zona “Cuoculicchia”. Da lì Attilio fu trasferito su un’auto e portato all’ospedale dell’Annunziata. Grazie a queste circostanze fortunate Attilio sopravvisse portando dentro di sé i segni psicologici e materiali di quella tragedia: i pallini del fucile, mai estratti, si facevano sentire ogni volta che si pettinava o quando cambiava il tempo. Nonostante quel trauma, regalò sempre ai bisignanesi, e ai tanti che frequentavano il suo negozio di abbigliamento, il suo sorriso comunicando il profondo amore che aveva per la vita. San Pietro ascoltò la sua supplica e operò la grazia nei suoi confronti utilizzando come strumento per salvargli la vita la persona di Giovanni Ricucci, affetto da gravi problemi cardiaci. Giovanni morì nella notte a causa del forte spavento preso e dello sforzo fatto per trasportare Attilio. È il quinto morto della strage, una vittima indiretta di cui nessuno ha mai parlato e che è doveroso ricordare per la sua straordinaria umanità.

Il suicidio di Armando Adamo De Bonis

Dopo aver ferito Attilio Sposato, De Bonis non risparmiò nessuno. Caddero sotto i suoi colpi l’imprenditore agricolo Pasquale Barone e l’estimatore Raffaele Ammirata, che lo implorò invano di risparmiarlo. L’ultima vittima fu Franco Camera, un ragazzo di soli tredici anni. Portava il cognome della madre, Concetta Camera, e viveva praticamente quasi a tempo pieno a servizio della famiglia Barone. Era un ragazzo educato, sensibile e fedele, che faceva tutto ciò che gli veniva chiesto. Quel giorno seguì l’Avvocato nel suo ultimo viaggio. Ferito gravemente e soccorso, una volta riportato in paese, Franco fu adagiato su un letto tra i lamenti, mentre la gente indecisa e rassegnata sul da farsi lo vegliava. Lo zio, Antonio Russo, accorso sul posto della sparatoria insieme a Pasquale Lanzini, informato che il nipote era stato riportato a casa, tornò indietro e resosi conto della gravità delle condizioni del nipote pretese il trasferimento immediato all’ospedale dell’Annunziata. Ogni tentativo di salvarlo fu, purtroppo, inutile: il piccolo Franco spirò nella notte. Venne sepolto nella tomba della famiglia Barone. Del suo nome non resta traccia da nessuna parte. Proprio per questo merita di essere ricordato, magari con un’epigrafe: è stato un eroe involontario nell’eterna storia dei vinti del Mezzogiorno.

Dopo avere sparato ai tre il mezzadro De Bonis vagò per la zona di Carrito. Incontrò la giovane Lucia Iannace e le chiese se voleva mandare a dire qualcosa al fratello Vincenzo, morto suicida due anni prima. Lui – disse – stava per andarlo a trovare. Lucia si spaventò e l’apostrofò con questa espressione: “Cosa stai dicendo Armando, non scherzare, mi fai paura!”. Ma Armando non scherzava in quanto preso dal rimorso per tutto quello che aveva fatto meditava di suicidarsi. Stava progettando il modo più sicuro per non restare vivo. Nei pressi del ponte dell’Armoino, un piccolo ruscello, si sedette su una roccia, si tolse le scarpe, legò il capo del lacciò delle sue calzature all’alluce e l’altro estremo ai grilletti del fucile, poggiò le canne dell’arma sul petto; “Poi, senza esitare, tirò lo spago con il piede, azionando così i grilletti. La salva di pallettoni squarciò orribilmente il petto del giovane mezzadro, uccidendolo all’istante (La Stampa Sera, dell’01-07-1959).

Mentre l’eco del colpo del fucile riecheggiava nelle valli circostanti, il sangue usciva a flotte dal suo petto. Chissà se avrà avuto il tempo di pentirsi, di ripensare ai momenti belli della sua vita, alla donna che avrebbe voluto sposare, ai figli che avrebbe voluto avere, ai genitori che lasciava, al dolore procurato ai familiari degli uccisi. Troppe cose… Dopo non molto, attirati dai sette spari precedenti e dall’ultimo sparato a distanza di pochi minuti lo trovarono morto accanto all’arma che aveva privato tre persone della vita.

La strage sconvolse profondamente la comunità e i rapporti di mezzadria a Bisignano ed ebbe eco a livello nazionale. Da quell’anno in poi, i fioroni non furono mai più sottoposti a “stima”. Cinque anni più tardi, nel 1964, la mezzadria fu definitivamente abolita per legge dal Governo italiano su tutto il territorio nazionale.

La ricerca su questo evento storico continua e farà parte di uno dei miei Quaderni di Storia Meridionale, un lavoro in essere, progettato per non dimenticare quello che siamo stati e quello che siamo oggi. Della tragedia diede notizia anche il quotidiano La Stampa Sera di Torino, in un articolo siglato “a.n.” pubblicato il 1° luglio 1959. Questo contributo nasce per correggere omissioni ed errori del passato, raccogliendo le preziose testimonianze di chi ha voluto ricordare e raccontare (Franco Murano)


Una pagina di storia importante, spesso sottovalutata da quanti preferiscono cose inventate, futili e poco attinenti anche con la storia del territorio. Un plauso a quanti come il prof. Murano impegnano il loro tempo per ricerche e approfondimenti su pagine, come questa, che meriterebbero una maggiore attenzione sul versante della cronaca e sul piano sociologico. Per quanti volessero rileggere quanto riportato già in passato dal nostro sito, basta cliccare su questo link finale

‘U tiempu ‘i ri ficazzani: l’indimenticabile tragedia bisignanese