U tìampu ‘ri ficazzàni: 60 anni dalla tragedia bisignanese

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Era la mattina del 30 giugno 1959 quando a Bisignano è avvenuto il tragico fatto di sangue, ancora oggi ricordato come “U tìampu ri ficazzani”.

E’ proprio in questo periodo infatti che iniziano a maturare i fioroni, frutti di eccellente succosità e dolcezza, che precedono i fichi estivi, la cui tipicità riconduce al territorio del Cosentino. Nel frutteto in contrada Carrito a Bisignano, di proprietà della famiglia Barone, un giovane mezzadro (“u culonu”), Armando Adamo De Bonis, di 23 anni, uccise tre persone e ne ha ferito una quarta, togliendosi poi la vita.

“La tragedia è avvenuta al termine delle operazioni di stima in un frutteto in Calabria. Il contadino, dopo una violenta lite, spara alle spalle del proprietario del fondo e dello “stimatore” – così scriveva la stampa dell’epoca. – “L’uomo rivolta poi l’arma contro un ragazzo che aveva cercato di far da paciere, lo abbatte – Ferito gravemente un venditore ambulante, fugge nel bosco e si squarcia il petto con una scarica di pallettoni”.

Come di consueto in quel periodo, il proprietario del terreno, l’avvocato Pasquale Barone si era recato nel suo podere per effettuare la “stima” del frutteto, ovvero una valutazione del raccolto. Insieme a lui c’era Alfredo Ammirata, conosciuto tra i contadini per la sua attività di “stimatore”. Secondo i modi di fare della mezzadria, quanto stimato dal padrone, doveva poi essere diviso a metà con il coltivatore (mezzadro), e se per qualsiasi motivo, il raccolto non produceva quanto stimato, il coltivatore doveva pagare la parte di frutta mancante. L’operazione di stima dei fioroni sembrò al giovane mezzadro che gestiva il terreno, un vero e proprio sopruso, facendo scaturire l’insopprimibile desiderio di ribellione contro il padrone. Da qui il diverbio tra il padrone ed il mezzadro che ha assunto subito un carattere molto acceso.

Secondo i racconti, Adamo avrebbe detto: “Vado a prendere il fucile, se al mio ritorno vi trovo ancora qui vi ammazzo“. Entrò precipitosamente in casa, afferrò il fucile e rincorse il padrone e lo stimatore sparando vari colpi alle spalle dei due. L’avvocato Barone e l’Ammirata morirono dopo qualche minuto.

“L’omicida, quasi impazzito, non contento di quanto aveva fatto, ha ricaricato l’arma, ed ha esploso altri colpi contro un ragazzo, Francesco Garrera di 12 anni e contro un venditore ambulante, Attilio Sposato, di 25 anni, che avevano assistito prima alla discussione ed erano poi intervenuti per fare da pacieri”. (La Stampa, 1 Luglio 1959).
Il venditore ambulante, colpito meno gravemente, fu dichiarato guaribile dalle ferite in 30 giorni, mentre il ragazzo di 12 anni morì all’ospedale civile di Cosenza per le gravi ferite riportate alla testa. Il contadino Armando Adamo, forse preso proprio dal rimorso per aver sparato anche al ragazzo e sentendosi braccato dai Carabinieri, si è dato alla fuga rifugiandosi nei pressi del ponte in contrada Armoino.

“Armando Adamo ha prima lasciato partire in aria sette colpi e poi, con sangue freddo, si è ucciso. Sedutosi si una roccia, infatti, si è tolto le scarpe, quindi ha preso una pezzo di spago legandone un capo all’alluce del piede destro e assicurandone l’altro capo ai due grilletti del fucile. Il disgraziato ha avuto anche cura di appoggiare le due canne del fucile sul petto, proprio in direzione del cuore. Poi, senza esitare, ha tirato lo spago con il piede, azionando così i grilletti. La salva di pallettoni ha squarciato orribilmente il petto del giovane mezzadro, uccidendolo all’istante” (La Stampa, 1 Luglio 1959).

“U tìampu ‘ri ficazzàni” è una storia di mezzadria finita male. Come spesso accadeva, un proprietario terriero dava a lavorare il proprio podere ripartendo in parti uguali gli utili. Un tipo di contratto che però, assumeva poi dei contorni diversi e che erano quasi sempre a scapito dell’agricoltore. In questo caso l’operazione di apprezzamento dei fioroni, probabilmente non doveva proprio avvenire, in quanto secondo gli usi locali e secondo alcuni esperti del settore i fioroni non si stimano.

Curiosità: A Bisignano è rimasto ancora il modo di dire: “Fazzu viniri u tìampi ‘ri ficazzàni“, come per dire “Faccio una strage”.