Stop al femminicidio

Ammirazione e sgomento: questi sono i due sentimenti decisamente contrastanti nati in coloro che hanno partecipato all’ennesima splendida iniziativa di Pedagogia della R-esistenza, ormai al terzo anno di fondazione. Il prof. Giancarlo Costabile questa volta ha scelto di presentare una storia diversa rispetto a quella dei precedenti seminari, relegando l’enorme problema mafia un attimo in secondo piano (ma non troppo) e mettendo tutti a prendere coscienze dell’enorme problema che attanaglia la nostra società ogni giorno da ormai troppo tempo: il femminicidio.

Le cronache nazionali, e non, sono ricche di queste storie di sangue dove l’amore e il rispetto maschile verso la figura femminile cessano e si scatena una violenza inaudita che è difficile da comprendere e spiegare. Come illustrato perfettamente dal giornalista Arcangelo Badolati, la nostra nazione, ed in particolare la nostra regione, sono da secoli teatro di questi atti immondi: basti pensare alle donne violentate da uomini del Nord nel periodo dell’unificazione del Regno d’Italia come gesto di sfregio al popolo dell’ex Regno delle Due Sicilie oppure la liberalizzazione del delitto d’onore che fino al 1981 ha permesso a uomini senza scrupoli di “salvaguardare il proprio onore” macchiandosi le mani di sangue impunemente.

Una nazione come la nostra, che fino al 1946 non ha permesso alle donne di votare e fino agli anni 60 di poter entrare in magistratura, oggi subisce le estreme conseguenze di questa mentalità forse sopita ma purtroppo viva in molte famiglie e in molti uomini: la donna è un essere inferiore e per questo va dominata. Ci ritroviamo così con i matrimoni combinati delle famiglie mafiose con per vittime le cosiddette “donne bambine” e proprio il sopra citato femminicidio, che ogni anno conta numerosi casi in tutta Italia.

La storia a cui è stato dato spazio è quella di una giovane ragazza del Nord, che per amore abbandona la sicurezza di una vita lavorativa agiata e sceglie di seguire il suo amato al Sud, precisamente in Calabria. I primi mesi di relazione sono splendidi, al punta da convincerla a sposare quell’uomo e a mettere su famiglia. E’ infatti incinta (ottavo mese) quando questa triste storia comincia: il padre del ragazzo, accanito giocatore alle slot machine, ha bisogno di denaro e il figlio decide subito di darglielo. Lei, consapevole delle necessità economiche legate all’arrivo di una figlia, non condivide questa scelta e per questo motivo subisce la prima violenza dal marito.

Il dolore fisico è grande, ma mai come quello dell’anima, violentata e distrutta come i suoi sogni di donna innamorata. Da questo episodio comincia una serie incessante di violenze senza motivo: ogni pretesto è buono, infatti, per far percepire alla sua donna che a dominare non deve essere nessun altro se non lui. Questa situazione logora mentalmente la ragazza, che si sente sola e schiava; potrebbe denunciare ma non lo fa perché ha paura delle conseguenze a cui andrebbe incontro sua figlia (il ricordo della sua infanzia passata con dei genitori separati è ancora molto forte in lei).

Questa situazione va avanti per tre anni, fin quando un nuovo pretesto (l’aiuto dato ad un giovane amico di lei che si trovava in difficoltà) non fa scoppiare la lite più violenta, che culmina nelle ferite più gravi subite sino a quel momento. E’ questo il punto di non ritorno della loro storia, perchè qui lei dichiara al marito di non amarlo più e lo denuncia.

Questo dovrebbe essere un sacrosanto diritto per lei, da cui dovrebbe ricevere solo vantaggi e aiuto, ma siccome la nostra è una terra fatta anche di controsensi subisce il licenziamento dal posto di lavoro, perchè quel locale “rispettato” non poteva dar lavoro ad una “infame e pentita” (così veniva definita dalla gente) che veniva sempre seguita dai carabinieri. Questo però non è l’unico motivo, perchè gran parte del “merito” di questo licenziamento spetta anche al marito della ragazza, andato a fare pressione al datore di lavoro. Perchè sì, ormai tra i due non c’è più amore ma invece di salutarsi e andare ognuno per la sua strada, lui decide che le renderà la vita un inferno.

La ragazza passa un periodo della sua vita in un centro antiviolenza fuori dalla sua città e qui trova finalmente una famiglia, qualcuno che la capisce e l’assiste. L’incubo però non finisce, nonostante il divieto di dimora del marito dal luogo in cui insieme risiedevano: credendo la situazione tranquilla, la ragazza torna a casa ma da qui in poi subisce numerosi casi di stalking, che culminano in due violentissime aggressioni che per poco non gli costano la vita. Ci rimette “solo” un timpano dell’orecchio, che probabilmente dovrà operare. Solo allora le forze dell’ordine arrestano l’uomo e l’incubo finisce.

La domanda però sorge spontanea: che assistenza è stata data a questa donna se per trovarsi delle sbarre tra sé e il marito ha dovuto quasi rimetterci la vita? Che sorveglianza le è stata riservata se per ben due volte suo marito, nonostante il divieto di dimora, è potuto giungere tranquillamente davanti al portone di casa? Qualcuno lo ha aiutato?

Queste domande forse non troveranno risposta, ma questa è l’ennesima dimostrazione di come in questa Nazione “la giustizia” sia qualcosa di relativo, applicandola poco e male quando serve. Questo caso per fortuna ha avuto un finale non drammatico, ma chissà quante altre volte così non è stato e quante altre donne, invece, non hanno ancora oggi il coraggio di denunciare, temendo di ritrovarsi poi anche loro sole ed indifese. E’ facile dare la colpa a queste donne che non denunciano ma se denunciare non comporterà alcuna protezione saranno sempre meno le coraggiose che lo faranno.

Per porre fine a questa “violenza di genere”, il cui fattore scatenante è la fragilità che l’uomo percepisce nella figura femminile, bisogna intervenire per prevenire il reato, individuando i fattori d’allarme all’interno dei principali contesti dove esso si può verificare, come detto da Paola Izzo, magistrato della Procura di Cosenza: famiglia, ambito lavorativo ed ambito sociale. Bisogna “lavorare” nella costruzione di una mentalità rispettosa nei confronti della figura femminile sin dalle scuole, come viene egregiamente fatto da Arcangelo Badolati e Cinzia Falcone (coordinatrice del “Progetto sangue rosa” condotto in tutte le scuole dell’hinterland) con l’obiettivo di dare dei modelli educativi validi basati su comportamenti esemplari e non su parole troppo spesso “volanti”.

Fondamentali in questo dibattito sociale anche gli interventi di Sabrina Garofalo, componente del Centro Women’s Studios “Milly Villa” dell’Università della Calabria, e del docente dell’Unical Michele Borrelli. Solo prendendo consapevolezza che il femminicidio non è qualcosa da prendere alla leggera si potrà vincere questa battaglia nella nostra società maschilista. La Calabria, e l’intera Italia, è ricca di donne che non hanno bisogno di fare le veline o le troniste per essere sulla cresta dell’onda o famose, perchè a queste donne basta mostrare il loro cervello per essere rispettate e hanno tutto il diritto di essere amate proprio per questo.

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