Roba nostra. Anzi no, Roba loro

L’articolo che segue è apparso sul blog “Acri A Gonfievele” il 9 marzo 2009. Mi sembra opportuno riproporlo alla platea bisignanese, alla luce dei lacerti di discussione, su questo blog, sulla Libertà di stampa e sull’informazione. Come se non bastasse, si lega anche (in una logica di dejà vu) alla notizia di alcuni imprenditori maceratesi interessati ad investire nell’area industriale bisignanese. Area industriale in cui dovrebbero piovere come manna dal cielo ben 7 milioni di euro. E non credo di aver capito male. È tempo di elezioni, e prima poi qualcuno si presenterà a riscuotere…

C’è chi parla di stampa anglosassone, chi di stampa forcaiola, chi di verità relative, chi sbandiera la sua indipendenza, chi conciona di obiettività ed obiettivi, chi di stampa di parte e a prescindere, chi di libertà di stampa punto e basta. Chi guarda dietro i paraventi, chi si sporge dalla finestra e ci fa l’inchiesta, chi cerca lo scheletro negli armadi altrui e chi scova o scava, scava alla ricerca dei poveri resti del coraggio d’altri tempi e di altre lande e trova la luna nel pozzo. Io da lettore insoddisfatto e bastian contrario per partito preso, mi guardo attorno, me ne infischio oppure no, m’incacchio, scaracchio e mi domando: quid est veritas (cos’è la verità)? A ben guardare non esiste che una stampa di parte. Chi occulta, cincischia, fa le lodi, racconta il nulla e il tanto meno, non è forse pur egli di parte? Dalla parte dell’establishment ovviamente. Io da lettore insoddisfatto e bastian contrario per natura mi guardo in giro, scruto, m’indigno e sputo, torno a guardarmi in giro e prendo oppure no. Chi si cerca un referente, chi si fa prono e chi sprona, ma esiste, per puro caso, qualcuno di tanto in tanto che tenda l’orecchio ed in cuor suo si domandi se la proprietà di un giornale, di una radio o di una tivù abbia oppure no la sua importanza?

E poi ci sono pur sempre le eccezioni, o almeno così ci si illude.

“Carlo Vulpio è un giornalista. Dall’inizio del 2007 seguiva le inchieste Poseidon, Why Not e Toghe Lucane per il Corriere della Sera. Dal 3 dicembre non può più farlo. Nel suo ultimo articolo ha fatto i nomi di magistrati, di politici e di imprenditori coinvolti nell’inchiesta della Procura di Salerno in seguito alla denuncia di Luigi De Magistris. Subito dopo ha ricevuto una telefonata in cui è stato sollevato dall’incarico da Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera. I nomi erano troppi, il tanfo era insopportabile anche per i lettori del Corriere.” In quei giorni in rete, così Beppe Grillo stigmatizzava l’allontanamento di Vulpio dal Corrierone. Al di là della vicenda personale di un giornalista, non so quanti in Italia e nella nostra Calabria sono a conoscenza di quanto sta dietro a questo fatto apparentemente ordinario. “Roba nostra” edito da Il Saggiatore e scritto da Carlo Vulpio, offre la possibilità di farsi un’idea, o rimanere semplicemente scioccati, indignati, incazzati per quanto le inchieste di cui sopra raccontavano e ancora ci raccontano.

A vostro (dis)agio dalla prefazione di Marco Travaglio letteralmente spulcio: /…/ Sarà un caso, ma fino a pochissimi anni fa nelle procure di Potenza e di Catanzaro tutto (o quasi) taceva. Mentre, sull’onda di Mani Pulite, un po’ tutte le procure d’Italia si davano un gran daffare, lì non si muoveva praticamente foglia. Dovettero arrivare due pm da Napoli, per muovere un po’ le acque. E divennero subito famosi. Henry John Woodcock a Potenza e Luigi de Magistris a Catanzaro. Smania di protagonismo? No, voglia di lavorare senza guardare in faccia nessuno. Stando al casellario giudiziario, Reggio Calabria e provincia hanno avuto negli ultimi vent’anni un solo condannato per concussione e due soli condannati per corruzione. Avete capito bene: tre tangentari condannati in vent’anni, in una zona dove basta avere mezza diottria per vedere il malaffare a occhio nudo. Poteva de Magistris, un pm che indaga, passare inosservato? No che non poteva. Infatti alla fine il Csm l’ha trasferito per incompatibilità ambientale e funzionale. E forse è vero: de Magistris è incompatibile. Ma non con la Calabria, con l’Italia: un pm che indaga, nel 2008, è meglio fermarlo subito.

Lo stesso vale per Clementina Forleo, gip pugliese in servizio a Milano. Laurea e concorso a pieni voti, le avevano sempre detto che era bravissima: almeno finché non ha messo nero su bianco sei nomi – D’Alema, Fassino e Latorre dei Ds, Grillo, Comincioli e Cicu di Forza Italia – nella famosa ordinanza sulle scalate illegali Unipol-Bnl, Bpl-Antonveneta e Ricucci-Rcs. Apriti cielo. Incompatibile anche lei. «Due cattivi magistrati», per dirla con la consigliera comunista del Csm Letizia Vacca, abituata a emettere sentenze prima di avviare i processi. Due magistrati così diversi, ma accomunati negli stessi mesi dagli stessi destini dovuti agli stessi motivi: aver toccato sia la destra sia la sinistra, non essersi coperti le spalle con appoggi correntizi, non aver ascoltato gli amorevoli consigli di farsi i fatti propri, aver denunciato pubblicamente le pressioni subite anziché lasciarsi massacrare in silenzio.

Roba Nostra di Carlo Vulpio è un mirabile affresco di questo Paese alla rovescia, un’appassionata radiografia di quel che non va e del perché non va. /…/ Il suo libro ha il pregio di collegare i fili della recente storia politica, giudiziaria, affaristica ed editoriale. Alti e bassi, magistrati che passano le loro giornate a sabotare le indagini dei pochi colleghi che lavorano bene, nel silenzio di una corporazione sempre più imbalsamata nelle sue decrepite correnti. Politici che infilano mogli, figli, figliastri, portaborse e amanti nelle società finanziate col denaro pubblico che essi stessi erogano e incassano, facendo di Cetto Laqualunque un pericoloso dilettante. Parlamentari e ministri che si difendono dai processi anziché nei processi, esportando a 360 gradi il modello berlusconiano. Giornalisti che si voltano dall’altra parte, ben felici di farsi imbavagliare, anzi di prevenire gli ordini superiori con l’autocensura. Imprenditori, anzi prenditori, che non hanno mai conosciuto il libero mercato e vivono appesi alle sottane del potere in attesa di un favore, un finanziamento, una spinta. Controllori che si confondono con i controllati, poteri e contropoteri che si miscelano e convivono in un unico grande blob caramelloso, fraternizzando nelle stanze di compensazione delle massonerie ufficiali e ufficiose e dei comitati d’affari che si fanno scudo col papa e il padreterno. /…/ Perché – come dimostra Carlo Vulpio – cadono le repubbliche, cambiano le maggioranze, ma le differenze fra destra e sinistra evaporano. Quel che non è riuscito a fare Berlusconi lo fa Mastella e quel che non è riuscito a fare Mastella lo farà Berlusconi. Non che destra e sinistra siano uguali: sono complementari. Il Cavaliere aveva sbagliato tutto, quando pensava di vincere la guerra contro la giustizia attaccando la magistratura: bastava blandirla, la magistratura, comprarsela a suon di incarichi e inviti alla pacificazione, come insegna la pax mastelliana. Normalizzare la magistratura non contro i giudici, ma d’accordo con i giudici. In fondo, come diceva Leo Longanesi, in Italia le rivoluzioni si fanno d’accordo con i carabinieri. Funziona molto meglio e non protesta nessuno. /…/

A margine, a corollario, a chiosa aggiungo: …sì! Chiudiamoli questi benedetti rubinetti! Affamiamola la bestia! Anestetizziamo, per una buona volta, questa cupola politico-affaristica, che in nome dello sviluppo, ha sperperato, sgovernato, foraggiato ad libitum se stessa!

Sviluppo: eccola la parolina incantata, eterno ritornello e sogno sempre disatteso, in nome del quale si sono operati solo misfatti ed alimentato la fortuna esclusiva dell’establishment calabrese ed italico. Per anni, a scoccar di bocca in bocca, riempiendola la bocca, invocata e sciorinata a destra ed a manca, come ultima occasione per il definitivo decollo, spinta propulsiva, panacea di tutti i mali, grimaldello o sugello. A palesarsi in una congerie di sigle e traiettorie, consorterie e carrozzoni in un nefasto crescendo sempre più famelico, senza nessuna inversione di rotta, dalla cassa per il mezzogiorno ai Por. Un ingente flusso di finanziamenti difficilmente quantificabile, inabissatosi in un pozzo senza fondo, che ha fatto della mano pubblica più che altro la mano santa per mafia e mafiette varie, politici e faccendieri di razza autoctona e non. Il clientelismo, i favoritismi, il nepotismo e tutti gli ismi possibili ed immaginabili, espressioni tipiche della malapolitica e di un’economia pressoché asfittica, sono gli strumenti e le leve attraverso cui si è gestito e si continua a gestire il consenso e ovviamente il potere. L’abbraccio pubblico privato (a volte incestuoso), il pubblico mette i soldi e il privato prende i soldi e scappa regola e domina un mercato per lo più declinabile come rionale, quindicinale, al coperto sottocasa. L’iniziativa privata esiste solo quando è assistita vita natural durante. In ogni angolo della regione, il territorio è stato inutilmente saccheggiato, ed in nome del suo presunto risanamento altri soldi si sono spesi, aggiungendo il danno alla beffa. Gli enti pubblici spesso e volentieri sono stati il mezzo attraverso cui collocare amici, amici degli amici e parenti. In Italia la famiglia è sacra, ma in Calabria lo è di più, pertanto scaricare sulla collettività le disgrazie dei propri a familiari a carico, ai più non è mai apparso tanto esecrabile.

Nel Libro dell’Ecclesiastico si dice: com’è il capo del popolo così sono i suoi subalterni, e com’è il capo della città, così sono i suoi abitanti. Forse si tratta solo di una mezza verità. Il fatto è che nel passato, anche recente, la magistratura e l’informazione, rai e non rai, sono stati spesso e volentieri conniventi. La società civile si è mostrata spesso complice, a volte reticente. In Calabria si è ormai giunti ad un punto di non ritorno. Perchè dare ancora una possibilità all’ineffabile Agazio-il-gran-nocchiero? Per i Por 2007/2013? …Suvvia! Il governatore si è così calato nella parte, da suscitare quasi simpatia. Schiva i colpi, cincischia, si mimetizza all’ombra di ora di tizio ora di caio, non si fa da parte, e quando meno te l’aspetti …tieh! ti cala l’asso! I bronzi, i gonzi, Gattuso. Una genialata dietro l’altra. Come la campagna pubblicitaria choc. Ve la ricordate? Solo un paio di anni fa. Roba da non credere. Con quel Toscani Oliviero, così poco politically correct ma tanto, tanto creativo. Dagli schermi di tutt’Italia, su tutte le pagine dei giornali, un gran bel biglietto da visita per il Calabria-style! E quanti consensi da parte della pletora dei politici nostrani e non e nessuno choc per i compensi. Per esser smentiti, immantinente dai fatti, nei fatti e da qualche magistrato rompiballe. Ogni volta che mi ritorna in mente quella benedetta pubblicità (progresso?), potete crederci, io penso alle belle facce paonazze dei politici autoctoni e alla calzante solfa in calce e mi dico: …Malavitosi? Incivili? Inaffidabili? Terroni? I peggiori? Gli ultimi della classe? Sì, Sì, siamo calabresi! …Ma voi, …voi Sant’Iddio!, lo siete molto, ma molto di più!

http://gonfievele.blogspot.com/2009/03/roba-nostra-anzi-no-roba-loro.html

 il chiuR.Lo.

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