Ringraziamo il professore Rosalbino Turco che, in esclusiva, ci svela il concetto di radicanza.
Radicanza: l’accordo delle differenze
Se Vito Teti ha dato un nome alla restanza, alla scelta difficile e tutt’altro che passiva di rimanere nei luoghi d’origine, occorre forse una parola anche per descrivere il legame di chi parte senza separarsi completamente dal proprio paese. Questa parola potrebbe essere radicanza.
Simone Weil considerava il radicamento uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano. Ma che cosa accade quando le radici sono attraversate dalla partenza, dalla distanza e dalla migrazione? La radicanza nasce da questa domanda.
Non significa soltanto avere radici. Indica il movimento incessante che lega la partenza al ritorno, l’altrove al paese, ciò che siamo diventati a ciò da cui proveniamo. È una forma dinamica di appartenenza. Si può vivere lontano e continuare ad abitare interiormente il luogo dal quale si è partiti.
La vicenda di Bisignano è anche una storia di radicanza. Generazioni di uomini e donne hanno lasciato il paese per cercare altrove lavoro, dignità e futuro, portando con sé la lingua, le consuetudini, gli affetti e il paesaggio dell’origine. Come ogni migrante, hanno imparato ad appartenere a più luoghi. A quello che li ha visti nascere e a quello nel quale hanno costruito la propria vita.
Édouard Glissant ci ha insegnato a non pensare l’identità come una radice unica, chiusa e contrapposta alle altre, ma come una trama di relazioni. Anche la radicanza appartiene a questa dimensione. Un legame che non rifiuta l’altrove, ma lo accoglie dentro la propria storia.
Ogni ritorno, soprattutto nei giorni della festa di Sant’Umile, ricompone per un momento questa geografia dispersa. Il paese torna a riconoscersi nei volti di chi è partito. Ma chi torna non è mai la stessa persona che era partita. Porta con sé altri luoghi, altre esperienze, altre appartenenze.
La radicanza non è nostalgia né immobilità. Non nega la migrazione e non idealizza il paese d’origine. È la capacità di crescere altrove senza recidere il legame con ciò da cui si proviene. Vale per chi è partito da Bisignano, ma anche per i migranti che oggi arrivano nei nostri paesi. Ciascuno porta con sé una lingua, una memoria, una patria interiore, un paesaggio dell’anima.
Se la restanza racconta la forza di chi rimane, la radicanza prova a raccontare l’appartenenza mobile di chi parte, ritorna o continua a vivere tra più mondi.
Si può lasciare un paese, ma non sempre il paese lascia noi.
Radicanza è questo appartenere alle proprie origini senza restarne prigionieri, aprendole all’incontro con il mondo.


