
‘U Marti azata a Bisignano: storia, tradizioni e significato del Martedì Grasso
Il Martedì Grasso, ultimo giorno di festa prima della Quaresima, a Bisignano è conosciuto come Marti azata o nella forma più completa Marti ’i l’azata. Un nome che affonda le radici nella cultura popolare e che richiama il gesto simbolico di alzarsi dalla tavola dopo aver consumato l’ultimo pasto “grasso” e ricco, quindi dell’ “alzare” e togliere la carne dalla tavola prima dei quaranta giorni di digiuno quaresimale.
Il termine Carnevale deriva infatti dal latino carnem levare, cioè “togliere la carne”, da cui anche il nome Carnalivari, la forma bisignanese di Carnevale.
“Ruminica, lunu e marti nun si pensar’ a null’arta; si pensa sulu a mangiari ca su i tri juorni ‘i carnilivari”
“Carnalivari è muortu, ‘i maccarruni su cuotti, ‘u casu è di grattari, mamma mia è carnalivaru”.
Maccarruni ccu ra sazizza: il piatto del “Marti azata”
A Bisignano, il piatto tradizionale del “Marti azata” è da sempre maccarruni ccu ra sazizza, preparati rigorosamente a mano e conditi con un sugo ricco e profumato. Un pasto abbondante, simbolo dell’ultimo giorno “di carne” prima dell’alzata.

Accanto ai maccarruni, sulle tavole bisignanesi non possono mancare anche le polpette al sugo, altro piatto tipico di questo giorno di festa.
In molte zone della Calabria, e anche a Bisignano, il Carnevale è sempre stato un periodo di: abbondanza e convivialità, scherzi, maschere e satira popolare, riti legati al ciclo della natura e alla fine dell’inverno. La tradizione gastronomica si intreccia con quella simbolica: basti pensare alla figura di Ciccilluzza (figlia di Carnalivaru), Pagliacciu (il fidanzato di lei), Rimienzu (l’amante) o anche alle serenate mascherate (pupelle).
Il funerale di Carnevale
Un tempo, la sera del Marti azata, a Bisignano si celebrava il suggestivo e ironico funerale di Carnevale. Le pupelle del paese si riunivano formando la cumpratèra, una processione che attraversava le vie portando una bara con un fantoccio – o talvolta una persona – che rappresentava Carnevale morto.
Nel corteo era presente anche la moglie di Carnevale, Quarajisima (o Quarantana), simbolo della Quaresima. Tra pianti finti, lamenti, urla e schiamazzi, la cumpratèra trasformava il paese in un piccolo teatro popolare, richiamando l’attenzione dei vicini affacciati alle finestre. La figura della Quarantana non era solo simbolica: fino a pochi decenni fa molte famiglie bisignanesi osservavano davvero i quaranta giorni senza carne in tavola. La tradizione affonda le sue radici negli antichi riti del mondo greco, poi trasmessi alle popolazioni della Magna Grecia.
In passato, durante la Quaresima si manteneva uno stretto digiuno durante il quale era rigorosamente vietato “cammaràri“ (mangiare carne nei giorni vietati dalla Chiesa cattolica). A Bisignano, chi non rispetta il digiuno si dice che ha “cammiràtu”. Secondo una delle ipotesi più diffuse, il termine deriverebbe dai monasteri spagnoli: i monaci malati o in condizioni di salute precarie non mangiavano nel refettorio comune, ma in una piccola stanza adiacente chiamata cammara. Da qui il verbo cammarare, cioè “fare penitenza”, e per estensione l’idea di trasgredire il digiuno mangiando di nascosto.
Marti azata: un’ipotesi alternativa sull’origine del nome
Secondo una tradizione orale meno diffusa, il termine “azata” potrebbe derivare anche da “lazari”, cioè “conservare”. Si racconta che le polpette avanzate durante ‘u Marti ‘ l’azata venissero conservate nello strutto per essere consumate a Pasqua. Un’interpretazione affascinante, anche se probabilmente meno solida rispetto all’origine legata a carnem levare e all’alzarsi dalla tavola.
A Bisignano, come in tutto il territorio calabrese, il Martedì Grasso è sempre stato un giorno speciale. Le famiglie si riuniscono per consumare gli ultimi piatti ricchi prima della Quaresima, mentre i bambini girano mascherati per le vie del paese.
Le tradizioni cambiano, ma il senso profondo resta: celebrare la comunità, la tavola e la memoria.
Bisignanoinrete, da anni attento alla valorizzazione delle tradizioni locali, continua a raccontare queste radici per mantenerle vive e trasmetterle alle nuove generazioni.


