Le virtù teologali. Per grazia ricevuta

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Ritratto sputato l’una dell’altra, non sorelle di sangue, bensì gemelle per disgrazia o iattura e per virtù della sorte zitelle. Impigliate ad una percezione più o meno lampante, a metà tra l’irrazionale e la ragione evidente, a ritrovartele a strata a strata, sotto mentite spoglie, faccifrunta. C’è chi giura d’averle intraviste o incontrate, per certo e di sicuro, a ra chiazza ad Acri, in via Lucantonio Pirozzi a Bisignano ad un numero civico non ancora pervenuto oppure in fila alla posta i ri Luzzi, o ‘nculu u  munnu si ti para. E nei giorni dispari nonché in quelli pari, per non farsi mai mancare niente, tu stesso a sorprenderti per la loro presenza in metafore, omelie, catechismi, romanzi, fantasticherie e vecchie favole in esubero di morali. Ad impantanarsi fino all’anca o a fuggir via a gambe levate dalle esistenze dei comuni mortali talché alcuni a credere di trovarsi davanti alle tre Marie, altri a tre Grazie non meglio identificate mentre, i più sfrontati, nell’indicarle a dito a proferire: «to’, guarda le Parche!» Inevitabile il commento fuori luogo: «…Parche? E cchi ssu si Parche? …Va’! Va’, e va pija u vocabbolariu! …E sì, ca mangi!» Una sparuta minoranza, scettici se più credere ai propri orecchi oppure ai propri occhi, a dissentire con veemenza: «…ma che barche e barche!» I più cafoni, invece, senza esitazione: «…ma guardale!! Son proprio barche in cerca di un approdo!» E, per non darla affatto vinta a quei bifolchi, la minoranza sparuta a replicare: «…ma che approdo ed approdo!? Se mai son barche in cerca d’un porto ovvero di un molo!» Al che i soliti quattro, ca ci tiegnunu, eccome!, a non passare per bifolchi e sempre lì a voler dire l’ultima, a chiosare: «…e picchì no le tre caravelle? …La Nina, la Pinta e la Santa Maria!» E giù a sganasciarsi a crepapelle. Cosi i nenti, cose che capitano ppi ru munno, quisquilie per l’appunto!

Le tre, nell’intanto, sempre in cammino e mai a fermarsi, in cerca d’accoglienza purché sia. Al loro manifestarsi ogni pertugio a farsi portone, ogni disponibilità a slabbrarsi e delinearsi in mera e schietta accettazione. Ogni strada quella giusta, sebbene più faticosa del previsto. Ogni sosta un’occasione. Non perché bisognose di dimora, in quanto avvezze ad accasarsi dove capiti, in ogni dove.

«Trasite! …Trasite!», ad invitarti la prima delle gemelle zitelle. Con una voce cavernosa di un’improbabile Tina Pica e la presenza non meno barricadera e popolana della bersagliera di Pane, Amore e Fantasia, ramazza in mano sulle tavole d’un proscenio itinerante. «Oggi è domenica. Trasite! É il giorno del Signore. Trasite! …Non li vedete tutti ‘sti banchi vuoti?» I più a invocarla Fede per naturale inclinazione, altri a vederci qualcos’altro, dacché è a tutti risaputo come al suo cospetto si possa cadere persino nell’inganno, perché la malafede è cosa pur essa di questo mondo. No, non semplice malia ma sincera vocazione, per giovarsi della disposizione tutta umana a cercare, ricercare o, raggomitolati e aggrovigliati su stessi, perdersi dietro il bandolo della propria matassa. E “persino il parroco che non disprezza /fra un miserere e un’estrema unzione /il bene effimero della bellezza (F. De André)” non può esimersi dal suo accorato «…fede, abbiate fede!» Il che può certo ingenerare confusione, nel senso se sia meglio averla la fede, oppure letteralmente possederla per poi menarne vanto, fra quattro amici al bar. Strane e brutte bestie gli uomini!

Innegabile, comunque, che un povero cristo che la fede non ce l’abbia già di suo non se la può certo dare! Perché la fede non la trovi certo sotto un albero di Natale né nella grotta al freddo e al gelo! E per quanto tu possa sbattere ‘a capa i mura mura tu la fede non la trovi, di sicuro, sulu picchì paghi o picchì si biellu. Certo ad avercela meglio a tenersela ben stretta, come una buona moglie ca ti canusciari i maneri e ti tena ppi ra capizza. E guai a togliertela la fede dal dito, picchì è piccatu e che il tuo unn’è malu ca gh’è vizziu? E guai a cammirari, ca quanni ‘ncarni a ra carna, lassi a biccaccella e ti junni a na pullastra, lassi a cirivella e ti junni a ra vitella, lassi e piji, lassi e piji, e mangi e strazzi peju i nu puorcu!

La seconda gemella, anch’ella zitella, non è certo un fiore di campo ma più altera e sciccosa ed al contempo con un’aura misterica e sensuale, esotica se si vuole, felliniana. Carne e spirito impastate in un condensato equilibrato, idoneo ad incalzarti e solleticarti  la voglia di adagiartici, quatto quatto, su quelle sue mollezze, trovando soddisfazione a tutte le tue ispirazioni, senza inibizioni e ripensamenti di rincalzo: «…mo’, ‘u vì, …ghiu, chissà chi li facissa!?» Il kamasutra a non suggerirti niente né tutti i porntube della buonora. «C’mon!» a invitarti, pigliandoti quasi per mano. «C’mon!» a sussurrarti, lingua umida nell’orecchio. E “come on!” tu ad afferrare chiaro e netto, sciogliendoti lì per lì per tanta magnificenza del divino: «…quant’abbunnanzia for’affascinuJanca e russa cumu nu milu, seni floridi e gambe aperte cumu na rosa spampanata, a sbatterti n’baccia tutt’u Paravisu! E per quanto tu possa sognarla, desiderarla, e smaniare d’accovacciarti fra quelle sue cosce, schioccare la tua di lingua e spingerti fino in fondo… E per quanto tu possa o no immaginartela per scopartela, spassartela… Eccoti già lì cuore in gola, a tentar di sfilarti da ogni impiccio di decenza, caparbiamente a sbottonarti: «…maledetti bottoni della malora!» E nel tendere le mani, cerchi disperatamente di sfiorare e afferrare quell’apparizione ca cchjù si vasciari, cchjù… E ghilla, civittusa ed inarrivabile, a proporti: «vuoi che…?» Calzoni giù, allunghi le mani. «Vuoi che…?» La sensazione olfattiva del suo corpo rigoglioso lì proprio sotto il tuo naso. L’eccitazione a squassarti. «…Janca palumma mia, jancu lattu, luna strillambanti juorni e notti!» La sottana, tenuta su da sfiziosi fiocchetti, a lasciarle scoperto per intero il Paradiso. «Vuoi che…?» Il tuo corpo a torcersi dietro l’inarcarsi e tendersi della silhouette i ra janca palumma sempi cchjù vogliosa, ma ugualmente sfuggente. «Vuoi?» … «Vuoi?» … «Vuoi?» …Eh chi maronna! A cercare d’afferr…  a… rla… A ritrasi, la gran… smorfiosa! Nemmeno ad un passo. A sfuggirti ancora. Il peso del tuo corpo a spingerti in avanti, mentre d’impeto ti scappa un latrato di godimento frammisto a rabbia pura. Senza né abbussaritrasiri, …e cchi maronna!

Tutti a battezzarla Speranza picchì ognuno, a suo modo, dispone di voglia e volontà a iosa per continuare a restarsene attaccato unghie e denti a ssu fusu, ccu ra spiranza ca prima o roppi… ! Per quanto, a ben pensarci, nessuno si dia pensiero di come ella si possa o si debba chiamare, ognuno potendosela immaginare, a proprio piacimento, nei panni di Anita Ekberg, Belen Rodriguez, la sconosciuta della porta accanto o persino la propria fidanzata (? … ! …ma cchi fidanzata e fidanzata!), qualsivoglia bomba sexy o qualsiasi cosa che t’induca in tentazione e t’inchiodi alla vita. E tu, immemore ed illuso a consolarti perché dopotutto: «la Speranza è sempre l’ultima a morire!»

La terza gemella zitella pare sia la più ritrosa, per quanto in certi occasioni non disdegni di scoprirsi superando i limiti della pubblica decenza, e t’inviti senza fronzoli a placare gli altrui (bi)sogni. È capitato, in passato, e pare sia pure ben documentato, che spuntasse fuori da un centro benessere, con la sua bella scritta a carattere cubitali ANEMONE BEAUTY FARM, a braccetto di un bertolaso qualsiasi o dietro a un berlusconi qualsivoglia, ma ciò non aggiunge nulla che già non si sappia alla sua biografia. Non ha una faccia, ma mille o forse più. La chiamano Carità, ma a volte è così pelosa da darti nausea già al primo impatto. E con quale sensibilità si dispone a rispondere ad ogni chia(*)ata al misero costo di un esse emme esse! La carità… La carità… Fategliela ssa beniritta carità! Abbiate tutta la vostra compassione del cazzo per questa bella e giovane creatura… che solo ad offrirle una possibilità… la togliereste dalla strada, un cinque minuti, per poi risbattercela ancora ma con il cuore gonfio e sazio e la soddisfazione d’aver fatto fino in fondo tutto il vostro dovere, e non solo pagando s’intende! Una puttana. Nient’altro che una puttana… “cui molto è stato perdonato perché molto ha amato (Lc. 7, 36-50)

Lungo le litoranee, lungo le circonvallazioni, nei club privè, nei paradisi sessuali, attraverso l’occhio vitreo della web cam sul tuo fottuto deskotop… la carità è lì che s’accasa, sempre lì con il suo obolo da reclamare, perché Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte,/ ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette./ Quando incasserai, dilapiderai mezza pensione,/ diecimila lire per sentirti dire: «micio bello e bamboccione.»(F. De Andrè)” Con una casualità non del tutto accidentale, “per le strade mercenarie del sesso / che procurano fantastiche illusioni, (Giuni Russo)”, può accaderti d’inciampare in un materasso reso irriconoscibile dal piscio, in un camper sbrindellato, in un rudere ammuffito a taglia ‘i strata, ebbene anche lì la carità si fa giaciglio, ci fa il nido e pure l’uovo, ed imperterrita fa proseliti. …Ma, per carità di patria, non venite a dirmi che non c’è più religione e che: «…chissà dove arriveremo di questo passo?» Perché io non lo so affatto dove Cristo arriveremo! Per quanto non l’abbia mai saputo che si dovesse arrivare da qualche parte. Datemi retta: Fede, Speranza e Carità fanno visita a domicilio e non c’è bisogno che vi sforziate a cercarle in nessun modo!

E per quanti vizi, a seconda delle più singolari inclinazioni, si possano accampare o possano contarsi sulla faccia della terra, non c’é virtù che sia d’ostacolo sia pure (di) cardinale o sic et simpliciter teologale. E per quanto Ira, Avarizia, Superbia, Gola, Invidia, Lussuria, Accidia, facciano testo son ben poca cosa, vizietti per gente dappoco, vizi per gente senza mezzi, ambizioni o conoscenze altolocate, quasi innocenti nella loro sventurata mestizia. La confessione, un mea culpa e tre o quattro avemarie dopo i pasti e ti mondi l’anima e lisci la coscienza. Del resto: a ra tavula ‘i Cristu mangiani tutti! Una panacea a buon prezzo, perché non è come prendersi una pastiglia o la Magnesia Bisurata Aromatic San Pellegrino, ma di sicuro ha il suo bell’effetto e la sua efficacia garantita!

Cos’ è la vita se non una miscela di bene e male, vizi e virtù, sinonimi e contrari? Certo c’è chi pende più di qua che di là, chi zoppica con una gamba e non con l’altra, chi gioca, fa il baro, e prende da e con entrambi le mani, ma ognuno a sua modo pecca. …Cristiddio sa, se pecca! …Ma è pur vero, come suol dirsi dalle nostre parti, ca vizziu ‘i natura fin’a siburtura! In fondo la natura è natura, e chi cci si pò fari? Del resto di vizi a catafascio, sicché può capitare d’imbatterti in chi s’applichi con virtù e giudizio nell’arte del vizio e chi neghi alle sue virtù l’ostinazione e la dipendenza assoluta proprie del vizio. Senza trascurare la propensione di chi non voglia compromettersi agli occhi di censori e baciapile e perseveri nel travisare i propri vizi come ordinari sfizi. E con quanta virtù indugiano i viziosi sul pedale, mentre ai più viziati non rimane che l’impressione di non conoscere altro che virtù.

Rosario Lombardo

1 commento

  1. Il manifesto 21.08.2010

    Il poeta ai tempi della posta elettronica

    Poesia è malattia, diceva Kafka. Il poeta che manda in giro le sue poesie dunque manda in giro i suoi virus, le sue fratture, i suoi tessuti infiammati. Il poeta anela alla cura o almeno alla consolazione, ma dall’altra parte si pensa a difendersi dal contagio. È sempre stato così: il poeta è una creatura solitaria, un santo che non fa miracoli, un autista che parla. È sempre stato così, ma adesso il poeta si trova nel circo della comunicazione, sul trapezio della posta elettronica. Pensa di mostrare il suo numero, pensi di meritare attenzione perché sta lavorando senza rete, ma si rivolge a qualcuno che a sua volta sta pensando di mostrare ad altri il suo numero. Il poeta vuole inchiodare alla condizione di pubblico chi si sente in pista, chi lavora da anni a rifinire il suo ruolo di artista. Kafka diceva pure che l’impazienza è il male più grande e non c’è grande poesia senza una grande impazienza domata.
    Il guaio è che l’impresa può riuscire sulla pagina più che nella vita. L’impazienza domata sta a quella indomabile come il non detto sta al detto. E la poesia è proprio quella lingua ariosa, leggera, ma capace di tenere a freno enormi flutti. È come se il lettore avvertisse che sotto la superficie lieta della pagina si agita il maremoto, il sisma del non detto. Forse per questo i poeti che si vogliono d’avanguardia spesso scrivono brutte poesie, perché pensano a far saltare questa carta velina dell’armonia, della semplicità, delle rime. Pensano che la poesia consista nell’esibire direttamente il terremoto, le rovine della lingua. Il risultato è la fuga. E se l’impresa avviene nel baraccone della comunicazione in cui ci troviamo adesso, ecco che il baraccone si svuota e ogni poeta, buono o cattivo che sia, resta solo nel suo circo a provare e riprovare numeri che non interessano a nessuno.
    La posta elettronica corre sul filo e la metafora del trapezio è quanto mai calzante. La poesia dice sempre del tentativo di riparare un lutto e quando viene spedita fa un po’ l’effetto di un afflitto che va in giro a chiedere le condoglianze. E questo movimento rende dubbio il lutto stesso, come ci trovassimo davanti a qualcuno che volesse venderci le azioni del suo dolore, azioni destinate inevitabilmente al ribasso in una società in cui tutti piangono e dove i morti senza lutto si confondono coi lutti senza morto. Il poeta è alla guida di un’impresa fallimentare perché ogni suo prodotto resta invenduto e la ragione dell’impresa consiste esattamente in questo. E anche se il prodotto risultasse smerciabile al poeta non può venirgli nulla, non ci sono rendite, bisogna subito cominciare da capo.
    I critici letterari, gli altri poeti, gli amici, il mondo intero non possono essere di aiuto. Il poeta si ritrova sempre solo, sempre da un’altra parte. Il suo tempo corre sulle spine, attende senza pace il nulla della morte senza fine.

    http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/ricerca-nel-manifesto/vedi/nocache/1/numero/20100821/pagina/15/pezzo/285218/?tx_manigiornale_pi1%5BshowStringa%5D=posta%2Belettr

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