Le radici per crescere, le ali per volare

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E poi devi vederli andare. Sì, accade anche questo ai docenti, accade di dover seguire i gesti, le emozioni, gli spostamenti e le vite dei propri studenti; accade di volerne seguire i loro successi, talvolta anche gli insuccessi; magari di assistere ai loro diplomi, alle lauree, ai loro matrimoni; e capita anche di poter insegnare in qualche caso ai loro figli; ma per strani casi del destino accade talvolta, di doverne vedere scivolare via anche qualcuno.

Poi ci sono volte in cui, per la proclamazione di un lutto cittadino, s’avverta prepotente la necessità di voler sostare davanti al feretro di un ex alunno della tua scuola, (del tempo in cui non c’eri ancora) per andare a porgere un estremo saluto a colui che non conosci neanche, ma che sai essere passato come alunno, esattamente tra quei banchi, dove ora insegni; in quella scuola che resta sempre, malgrado tutto una famiglia, una casa, comunità di vitae e di crescita, di trasformazioni; s’avverte prepotente il bisogno di raccogliersi in un commossa e profonda meditazione, dopo una giornata impiegata a cercare parole, rincorrere risposte a domande che non riescono in queste gravi circostanze a trovare mai una giustificabile convincente spiegazione all’orrore.

E’ allora che l’abbraccio delle parole serve ad ognuno di noi. E’ l’abbraccio alla comunità di cui si è diventati parte, che serve per definire vicinanze e solcare distanze, che aiuta ciascuno a riappropriarsi dei significati più insospettabili, in cui le persone rappresentano lo specchio di quelle nostre stesse vite, trovate o perdute, alle quali bisogna saper riconoscere sempre importanza; come essenza più importante e definita di concitate emozioni e dei più nascosti profondi sentimenti. Ci si soccorre aiutandoci come si può, a non sentirsi del tutto soli, sopraffatti e vinti dalla tristezza del più cupo dolore.

Ci sono cuori gonfi di tristezza e di frustrazione davanti a quel feretro ricoperto di fiori bianchi. Si pensa a dei resti straziati di quella morte violenta, che suo malgrado diventa la morte di uno di nessuno o di centomila di loro:cioè di un alunno qualunque, un ragazzo con un’età qualsiasi e una giovinezza unica, sprecata e portata via dal vento, proprio quando iniziava a vivere il mondo, la vita, gli uomini e le cose.

Forse è vero, la vita ha proprio inizio a scuola. La vita comincia a scuola, proprio qui tra compagni e insegnanti, tra regole e paradossi, in quel presidio della realtà che è al tempo stesso l’abbecedario e l’enciclopedia della vita reale; è qui che ha esattamente inizio la vita vera di ciascun giovane uomo o giovane donna.Qui nascono i successi e si definiscono gli insuccessi di certi pensieri oscuri, su quali nessuno è tanto abile da riuscire a far sempre splendere il sole.

Questo diventerà il pensiero più triste e sconsolato di troppi Docenti, che della loro Professione (oggi al quanto de fuori moda) hanno fatto una ragione di vita ed un motivo di orgoglio o vanto. Sul senso del proprio insegnamento e degli inusitati effetti, su giovani ragazzi e ragazze di ieri di oggi e forse con poche certezze anche di domani;molti docenti si giocano il proprio ruolo di procacciatori di vite.

Studenti che si somigliano sempre tutti; anche quando non vorrebbero rendersi magari unici e speciali perché scelgono comportamenti rischiosi e autodistruttivi, certamente influenzati da modelli sociali e culturali nei quali il successus il cui etimo ci parla di un semplice e forse anche banale “buon accadimento” estemporaneo, collocato nel tempo, assume il vago sentore della riuscita, e non prometterà esattamente un mero eventum positivo; ma troveràil più consono modo di trasformarsi in una condizione agonistica e spesso agnostica dell’esistenza, in cui il successo saràerroneamente inteso insenso imprenditorialista, tipicamente contemporaneo. Attratti da sconsiderati totalitarismi e dittature che inducono a spingere e forzare l’accelerazione di tappe non verso la maggiore Resistenza e Forza intellettuale e nemmeno verso il giusto riconoscimento delle proprie umane fragilità che dovrebbero sempre spingere a chiedere e cercare le giuste assistenze. Ma piuttosto a spingersi con tanta falsa e gentile supponenza, a smarrire la bussola in favore di percorsi in penombra che sapranno sempre come potersi rivelare sentieri interrotti. Sentieri spacciati per quelli giusti a chiunque ingenuo presti l’orecchio lungo la via, che non è per niente cosa da viversi e farsi alla leggera, per quanto mossi dalla spontaneità di una sconosciuta sfida alla vita.

Occorrono dunque pacifici eserciti di Docenti, Insegnamenti e Lezioni, da dispiegare in ogni presidio civile, per impartire opportuni ragionamenti fra le mura delle nostre scuole (che propriamente ideali non sono mai) ma che nel loro intervento propongano come soluzione prima, nel mare del male sociale che le si staglia davanti, un argine di umana civiltà.

Poi magari -fra una lezione e l’altra- anche un’opportuna rilevanza ai sentimenti ed alle emozioni, per non interrompere e se possibile riprendere il cammino su certi sentieri dell’umanesimo – di cui tanto si è smarrita la strada- e se possibile, per far un salto a quando la scuola era ben altro; era cioè quel luogo sicuro del quale fidarsi.

Per riprendere le redini di una istituzione civile, solenne e preziosa, che non lascia indietro nessuno, soprattutto quegli ultimi, che si guardano sempre con disprezzo ed arroganza spropositata, di una scuola che ci prova a non trascurare nessuno e non sempre ci riesce; e che fa quel che può per riuscire a proiettare idea di un sano radioso futuro a quei giovani, per il quale il presente costituisce forse solo già una valida risposta.

I desideri più belli dei docenti, sognano di salvare il mondo attraverso le buone idee, proprie e dei loro studenti; s’illudono con le parole d’imprimere forza e coraggio a individui che hanno poco più di nulla; e credono di coltivare speranze e progetti per un tempo migliore e più prodigo equità, armonia e gioia adulta.

Si convincono che la fiducia riposta in quei semi di alunni, sapranno certamente trasformare il mondo e che tutti loro, trasformati in germogli di passioni, di cura e migliore bellezza, sapranno essere ripagati. Dispensando sorrisi, anche quando intorno c’è buio ed oscurità, i docenti accarezzano quelle personalità che ribollono e provano a sfiorare le corde vibranti che fanno palpitare il tempo. Il resto viene accadrà da sé.

Poi ci sono gli alunni che restano, e ci sono quelli che vanno. Qualcuno si smarrisce e poi forse si ritroverà da solo. Qualcuno non si è neanche conosciuto veramente, e magari lo si scopre solo dopo averlo perduto e quando non potrà più ritornare; magari perché ha solo smarrito la propria strada di casa e quella strada insospettabilmente percorsa insieme, non potrà essere più percorsa, semplicemente perché è stata dichiarata finita.

Ragazzi che hanno sempre più fretta di crescere e provare, che vorrebbero solo assomigliare a draghi buoni, giganteschi, ma buoni; quelli dei libri che vorremmo fargli leggere e magari non hanno proprio voglia o tempo di leggere; semplicemente perché si rifiutano di esplorare i sentieri e i paesaggi che per essere attraversati, richiedono di sperimentare «andature» nuove, di camminare lungo salite e discese più ripide del solito e di trovare inciampi e connessioni tra quel che si sa (o si crede di sapere) e quel che ancora non si è appreso davvero.

Certi studenti si sa, amano giocare, adorano esplorare anche i confini del limite di ciò che è dato loro di pensare o di vedere; forse perché dissipare quei loro dubbi quelle incertezze, ed esitazioni che, anche certi altri adulti sanno come alimentargli. Si ritrovano poi da soli, abbandonati o derisi, impotenti ed inermi; e non potrà più propriamente essere un gioco da ragazzi cavarsela davvero soli; fingendo di non avere avuto nessun insegnante.

Qualcuno ha occhi grandi e faccia da bambino, resta immobile e fermo, resta lì cristallizzato e freddo, ghiacciato dal gelo dell’insofferenza e dalla violenta superiorità indomita, in questo tempo imperfetto, in cui la morte deve essere scontata con la vitalità vuota e senza senso; tra rincorse, accelerate ed impennate adolescenziali, quanto più rischiose tanto più pericolose e talvolta mortali; qualcuno cade e non si rialza più.

Quel chiasmo nel quale riesce a trasformarsi qualcuno, è sempre fra la vita e morte. Trasformato cioè nella formula che può liberare o imprigionare per sempre, nella signoria della legge dall’ossimoro, nella legge dell’opposizione fra ciò che appare e ciò che invece è; che scaturisce dell’inversione logica del pensiero e del significato dell’essere e della vita nel suo esatto contrario e nella propria incontrovertibile negazione.

Certi altri studenti, adolescenti lo restano anche da adulti, sfumando le linee di confine delle dicotomie di puro e impuro, giusto e sbagliato, sacro e profano, morto e vivo; continuano malgrado l’età, il tempo e le storie, a giocare a nascondino a nascondersi per nascondere ciò che non si trova: il coraggio di dire e forse neanche di pensare. Così impiegano il tempo a ridere di gusto solo dell’altrui limitatezza, degli errori e delle mancanze degli altri e non già delle proprie; sempre ambigui e confusionari, non comprendono la propria cecità, che dovrebbe invece misurare certe dannose distanze sempre più siderali da sé stessi, gli altri, qualche volta dalla propria famiglia, dalla scuola, gli adulti; e certe altre ignorano le abissali distanze e divaricazioni da certi effetti e la mancanza di propositi, in una stordente sensazione che solletica l’apparire e molto meno l’essere.

In momenti come questi allora, in cui si devono saper trovare parole opportune, per quelli che siedono su quegli stessi banchi dove c’erano gli altri, la voce stonata del docente è flebile e forse veramente vinta e sconfitta, sicuramente impacciata e forse del tutto inutile a cercare parole per spiegare l’orrore e le tragedie della vita, che si scontano con la morte violenta.

Ma solo in queste dolorose ed ardenti circostanze, docenti e studenti rinnovano a loro stessi e forse al mondo, quel patto di considerazione e di rispetto reciproco, che riesce a legarli davvero oltre l’indicibile, alla funzione essenziale dell’essere e sentirsi la parte del tutto, cioè di quella comunità d’individui pensanti, che agisce il mondo nel proprio vivere qui ed ora insieme.

Poiché Studenti e Docenti, riescono sovente a sapersi rendere straordinariamente vicini ma in talune circostanze anche infinitamente lontani, da loro stessi e sin anche dagli altri e da tutto ciò che li preferisce nemici, per vanificare meglio e di più, quel grottesco tentativo di mancato “ addomesticamento” della loro vita insieme, che è risaputo corrisponde ad un piccolo miracolo d’imperfezioni.

Già la vita, quella che preferimmo quasi antropomorfa, poter provare così riconoscerla davvero, se possibile chiamarla per nome, magari forse solo per provare ad attutirne il frastuono confusionario o solo per riuscire meglio a definirne quello straziante urlo atono di dolore e sofferenze, che questa società infligge a tutti di non ascoltare, esclusivamente per esorcizzare le paure ed i rischi, per non soffrire, su quel corpo che si trasforma nel racconto stesso: leggenda di bene e di male, che all’occorrenza infligge e/o riceve sofferenza e/o piacere, quasi sempre inconsapevole a quell’età; e che malgrado tutto si rende invece attore di ciò che si sceglie di simboleggiare e di rappresentare agli altri, con gli altri e per gli altri.

Forse ha proprio ragione Gioacchino Criaco quando scrive che “ Un tempo le luci si accendevano col buio per spegnersi quasi subito, i ragazzi si accroscavano nelle rughe o nelle piazze: sognavano rivalse e scelsero la violenza, erano vicini al grilletto. Oggi, girando per i nostri paesini, le luci si accendono col buio e molte si spengono all’alba, i ragazzi non stanno insieme: non sognano insieme, continuano a stare vicini al grilletto. E noi continuiamo a non saperli difendere”.

A questi stessi ragazzi proviamo a spiegare che Credere in loro stessi è un buon investimento, che farlo con l’opportuna dotazione di un puntuale corredo culturale, serve sempre a qualcosa, serve soprattutto a salvare le loro vite.

La vita appunto, quella che dovrebbe essere guadagnata solo al prezzo della rinuncia al male; ma che non basta mai ad insegnarci che occorre per ognuno una padronanza oggettiva del significato delle cose. Ogni scelta, ogni azione, narra già sin dal principio ciò che siamo; e ciò che poi farà diventare di noi, quella esatta precisapersona che racchiude in noi stessi la”visione del nostro mondo” che ci renderà visibili ed ancor più riconoscibili ed identificabili.

Riuscire a convincerli di questa la verità, è difficile, soprattutto quando ad essere banalizzato e deriso, è ciascun singolo Docente, contro cui s’è armata e si arma ogni giorno, un’intera società spietata, pronta a deridere, screditare e oltraggiare, ogni singola parola di ciascun insegnate. Un esercito di sciocchi, meschini falsi e bugiardi retori, contro i quali gli stessi docenti hanno smesso di difendersi e opporre resistenza civile. Tanto gli effetti di tale guerra al futuro, faranno in fretta a trovare conferme.Poi la morte dei migliori desideri, delle sane relazioni, che rappresentano esattamente la fine delle più vive speranze che annientano i nostri ragazzi e ci rendono il dramma insoluto delle stragi quotidiane.

Ripeto spesso ai miei alunni che ho un desiderio, a cui malgrado tutto lavoro come don Chisciotte da tempo, che mi sforzo malgrado tutto, di realizzare: rendere la scuola quel luogo di giustizia (che sovente non è); ma per farlo ho bisogno della loro collaborazione. Loro i miei studenti devono solo impegnarsi a spiegarmi le cose che hanno visto ed imparato a conoscere, a farlo con le loro parole ed i loro occhi. Io proverò semplicemente a fare il resto, impegnandomi per questo.

Perché c’è un patto impercettibile tra il sapere di un docente ed il ricevere di uno studente, il dare, l’avere e l’offrire agli altri il proprio bagaglio di cose conosciute. Ci sarebbe perciò una vera missione impossibile da compiere per alunni e docenti se fossimo in un film: rendere questo mondo un posto migliore, in cui vale la pena vivere e non già tediarsi o morire. Fenomenologia atroce ed inebriante che dovrebbe impedire all’uomo – specie ai ragazzi – forse esattamente a loro, di comprendere quanto improprio sia quell’assoluto delirante dominio sulla natura e sugli altri, per farci scegliere l’uscita dall’ottica dell’uomo al centro del mondo, padrone di tutte le cose, per denunciare la legge del più forte che sfrutta tutti gli altri secondo la propria convenienza. Ma è la realtà che ci tradisce tutti.

Questa ingiustizia che sta distruggendo il pianeta e il futuro di tutti; anche di quelle piccole/grandi conoscenze di vissuti e sensibilità impercettibili ad occhio nudo, che però solo un docente – e solo lui- è in grado di poter cogliere, pur osservando con animosa frettolosità e meschina considerazione, (meno indegna di un test o di una verifica strutturata) lo sfacelo su queste vite.

Allora forse proprio con le parole di don Ciotti dovremmo augurarci tutti – a partire dalla gente di scuola – ditornare ad essere felicemente eretici. “ Eresia viene dal greco e vuol dire scelta. Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso, è colui che più della verità ama la ricerca della verità. E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia. Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole, l’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità e dell’impegno. Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri. Chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è. Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano,chi studia, chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa.Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non si rassegna alle ingiustizie. Chi non pensa che la povertà sia una fatalità.Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza. Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio”.

Perché non bisognerebbe proprio piangerli questi ragazzi, non bisognerebbe perderli, o vederli cadere finiti in braccio al vento; non vorremmo doverli piangere in silenzio, (possibilmente liberati anche dall’uso di parole banali e sciocche, del tutto prive di significato). Non dovremmo proprio piangerli costringendoci/li ad ascoltare parolevuote e scontate; ma dovremmo semplicemente imparare ad amarli veramente e rispettarli di più, raccogliendo i capi di accusa verso questa indegna società di adulti, innamorata solo delle proprie incaute e pericolose inadempienze.

Non già per alleviarci il dolore, per elaborare certi lutti terribili che quotidianamente si rinnovano; ma piuttosto per riconoscere alla nostra incapacità a sapere ascoltare certi loro lamenti; quel ruolo meschino di inferioritàlatitante, nel quale si sceglie di relegare i giovani (ed ancor più gli anziani) di questa società, che non manca di strappare loro radici e ali, dei loro migliori alberi: le scuole e gli istituti deputati alla cura delle loro migliori opportunità, senza saper porgere un argine di approdo, e possibilmente una scialuppa di salvataggio, quando e se occorre.

” Ci sono ragazzi e ragazze ci sono storie di draghi che cavalcano draghi, delfini che danzano a pelo d’onda. Storie (…) che si svegliano e chiedono cosa c’è da fare, senza prendersela con altri, se non con la responsabilità delle proprie azioni.

Di storie così ne nascono ogni giorno, ne nasceranno di draghi così ne abbiamo avuto tanti, ne avremo ancora ed anche se a ogni volo si oppone un vento forte, per ogni paio d’ali ci sono forbici impugnate a due mani. Così cadono i nostri draghi d’oro, abbattuti da lame volgari, spiumati da menti mediocri a cui lustriamo scarpe e strade.

Forse (la verità) è che non li vogliamo quelli migliori di noi, amiamo specchiarci nella feccia, per sentirci meno colpevoli. Lasciamo che in ogni ruolo importante ci piazzino (…) il peggio. Ce lo vedete voi, un drago a parlare di cielo con un pollo? E non è che non ci siano gli spazi per volare, è che non vogliamo nessuno a guardare dall’alto le nostre bassezze. Ci godiamo a veder tagliare le ali a quelli che saprebbero volare. Ci teniamo i polli, che non volano e non lasciano volare, ma intaccano poco la nostra autostima. E fin qui é metafora, che anche se bella, alla lunga scoccia. Da qui in poi è verità svelata: vedo il meglio dei nostri che non scrive sui giornali, non pubblica libri, non dirige un dipartimento regionale. Non sta in testa né nel pubblico né nel privato. Vedo il meglio dei nostri spennato giorno dopo giorno, perché si arrenda e rinunci a volare. Per questo continuiamo a restare a terra, ci piacciono solo i polli”.

Allora se la scuola ottiene una certezza, è quella che i draghi di pietra possono anche ritrovare la vera via di casa sulle gambe di quelli che dopo di loro saranno in grado di riconoscere ed affermare anche per loro, una giustizia della verità e della fermezza, perché solo così non sarà necessario trasformarsi in demoni o angeli per possedere le ali e poter spiccare il volo.