Gaetano Scirea, quel mito che ci manca

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Gaetano Scirea, campione della Juventus

Gaetano Scirea a 30 anni dalla nascita del mito

Domenica 3 Settembre 1989, il muro di Berlino era ancora lì in piedi e l’Europa era ancora divisa in due blocchi ancora per poco. Da pochi mesi Solidarność in Polonia aveva vinto le prime elezioni veramente libere dagli anni Venti, ma nulla era ancora cambiato rispetto a quando il partito comunista polacco governava a pieni poteri.

Le vacanze al mare e le gite in montagna erano ormai un ricordo, si pensava ormai alla scuola di prossima riapertura, al rito immancabile della vendemmia vera e propria festa dell’autunno per noi bambini, meno per chi doveva lavorare sodo per portare a compimento il rito, il tempo scorreva lento quasi a voler riprendere i ritmi ovattati tipici di settembre.

Quella sera il televisore era sintonizzato sulla Domenica Sportiva, in attesa di vedere le immagini della vittoria scoppiettante per quattro reti contro una un l’ostico Verona in trasferta al Bentegodi.

Erano circa le 22, e prima di andare a letto si aspettava di rivedere tutta la sequenza dei goal di giornata ed i successivi commenti degli ospiti, quando la voce di Sandro Ciotti rotta dall’emozione diede l’annuncio della morte di Gaetano Scirea.

Il primo piano stretto su Ciotti in uno studio ammutolito senza più Tardelli che abbandonò lo studio quasi subito, e gli occhi lucidi di mio padre che veloce si avviò verso la sua camera da letto sono il fotogramma che rimasero impressi nella mia mente.

Ma chi era veramente questo Scirea?

Andando mestamente a letto, deluso per non aver visto i primi goal di Schillaci in bianconero, me lo domandai più volte. Eppure quando giocavo in cortile a calcio mi capitava spesso di nominarlo spesso, quando sognavo di battere mio cugino più grande nelle nostre epiche sfide. Ma in realtà non lo conoscevo affatto. Nei giorni successivi rinvenni non so come alcuni album dei calciatori di mio fratello e qualche vecchio giornale conservato da mio padre gelosamente. Mentre li sfogliavo pensavo: “Ah ecco Era quello che vinse il Mondiale in Spagna” oppure “Era quello che era sempre presente nei trionfi della mia Juventus”.

Nell’innocenza dei miei otto anni era quello che stava sempre vicino al portiere fra i titolari con la faccia da vigile urbano buono di quello che ti chiedeva di spostare la macchina perché altrimenti era costretto a farti la multa. Negli anni la sua storia personale divenne una missione. Conoscere chi fosse veramente questo calciatore. Tante testimonianza di amici, della moglie, degli ex compagni di squadra, ma tutti raccontavano di un uomo buono nell’animo, legato alla sua Mariella ed al suo Riccardino nella vita ed al suo grande amore professionale la Vecchia Signora. Professionista esemplare, sempre rispettoso dei compagni e degli avversari non subì mai un’espulsione in carriera. Ebbe come maestri di calcio nelle giovanili dell’Atalanta Capello e Castagner iniziò da centrocampista offensivo, ma una serie di infortuni dei suoi compagni di squadra venne dirottato in difesa. Fu l’inizio di una grande carriera. Il tecnico Corsini lo lanciò in prima squadra e ben presto si distinse per bravura nel ruolo che interpretava in maniera innovativa, impostando il gioco dalla difesa.

Le sue prestazioni non passarono inosservate e nella stagione 1974/1975 viene ingaggiato della Juventus. Durante la stagione precedente le prime ma lui, timido e semplice, pur guardando alla Juventus con occhio languido, non riesce a crederci. Invece, a fine maggio del 1974, tornando a casa da un allenamento, viene raggiunto da una telefonata: “Guarda che sei della Juventus”. Lui pensa ad uno scherzo ma, arrivato a casa trova l’intera famiglia in agitazione. Fu una festa, e ci scappò anche il brindisi, confessò lui ancora emozionato al ricordo. Poi le visite, la conferma, l’appuntamento al ritiro dove ricordò il fratello dovette quasi tirarlo giù di peso in quanto emozionato.

A Villar Perosa viene messo in camera nientemeno che con Bettega, non uno qualsiasi. Forse era troppo per un ragazzo semplice, ma con i piedi per terra come Scirea. L’inizio non fu dei migliori, complice anche un infortunio alla caviglia, ma poco a poco prese in mano il ruolo che fu di Sandro Salvatore.

Divenne un punto fermo di quella che fu la formazione dominatrice a cavallo degli anni 70 e 80 del palcoscenico nazionale ed europeo fino a diventare primatista assoluto di presenze in bianconero. Record durato fino all’avvento di Alessandro Del Piero, ma quello attuale è un altro calcio, poco a che vedere con le storie di altri tempi di campioni del calibro di Gaetano. Interpretava il ruolo in maniera impeccabile, si allenava sempre al massimo per essere pronto e perfetto la domenica quando scendeva in campo.

A differenza di altri campioni che lo seguirono sposò la causa juventina in toto senza mai farne una questione di soldi, rinunciando con l’arrivo dello svincolo, a contratti faraonici, sostenendo che di squadre come la Vecchia Signora non ne esistevano e preferendo chiudere la carriera in bianconero. Davvero un altro sport, se confrontato a quello attuale fatto più dai procuratori e meno dai calciatori.

Parlando del suo ruolo diceva che “giocare da libero è un impegno continuo. Devi controllare tutti e nessuno. Devi possedere un intuito eccezionale. Capire quando il terzino parte avanti e prendere subito in consegna l’attaccante che resta incustodito, tenendo ben presente lo spazio dal quale possono venirti le sorprese del contropiede. Poi, quando intervieni, devi cercare non solo di liberare l’area, ma appoggiare il gioco in maniera da far ripartire i tuoi; semplice da dire, ma provate a farlo, quando il gioco è veloce e tutti sono in condizione di metterti in difficoltà”.

Questo era il Gaetano Scirea campione sul campo. Ma lo era altrettanto anche fuori dal rettangolo verde, non senza mai dimenticare le sue origini. Campione di umiltà come racconterà la moglie di come dopo la conquista del suo primo scudetto nel 1975, tornando a casa dopo i festeggiamenti durati fino all’alba pensò di comprare i giornali che celebravano la sua prima grande vittoria e di come lo vide tornare affranto e turbato senza giornali perché si vergognava di farsi vedere vestito da sera alle 6 di mattina da gente che invece andava a lavorare perché pensò ai suoi genitori, a suo padre operaio della Pirelli che a quell’ora era già fuori di casa per andare a lavorare.

Profondamente legato alla sua famiglia che amava definire “..oasi di pace, il rifugio di chi vive nel frastuono del mondo dello spettacolo”, non dimenticava mai sue origini tant’è che la moglie racconta di come portava a pranzo a casa senza preavvisare dei tifosi sconosciuti giustificandosi “..che quei signori avevano fatto centinaia di chilometri per vedere la juventus e dovevano mangiare qualcosa di caldo..”. Tutto quello che circonda il ricordo di Scirea è così: semplice, misurato, morigerato. Anche qui tutto quello che per altri sembra retorico, con lui sembra soltanto naturale.

Come la storia della maturità presa a 34 anni, per un principio, oltre che per insegnare al figlio il valore dell’impegno, presentandosi in un istituto pubblico per sostenere gli esami come un normale studente. Tanti altri aneddoti sulla vita di Gaetano sono di dominio pubblico a testimoniare la sua grande umanità, prima della sua bravura in campo.

Capitano e uomo simbolo di una squadra leggendaria che vinse tutto ciò che c’era vincere nella memoria popolare, incarnato la figura dello sportivo modello, grande nel campo e fuori che spianava i gradini e piedistalli per essere semplicemente Gaetano.

 

Morì per andare a visionare una sconosciuta squadra polacca, il Gornik Zabrze. La macchina su cui viaggiava verso l’aeroporto di Varsavia nei pressi di Babsk prese fuoco in seguito ad un tamponamento e la presenza di quattro taniche di benzina le cofano. Portato in ospedale morì subito causa le gravi ustioni riportate.

Quel triste giorno di Settembre morì l’uomo e nacque il mito di Scirea.