DALL’ULTIMO DISCORSO DI PAOLO

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“Ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato”. Una delle frasi più toccanti e impregnate di emozioni che Paolo Borsellino pronunciò in occasione della commemorazione del suo collega e amico Giovanni Falcone tenutosi nello scenario della Biblioteca Comunale di Palermo il 25 giugno 1992. A ventiquattro giorni dalla strage di Via D’Amelio, dove persero la vita in un vile attentato mafioso il giudice Borsellino e gli agenti della scorta di cui voglio farne nomi e cognomi: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina; dopo trentatré giorni dalla strage di Capaci, dove persero la vita in un esasperato attentato mafioso il giudice Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della sua scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Paolo Borsellino ricordava bene di essere un magistrato e sapeva bene tutto ciò che aveva fatto e specialmente tutto ciò che ancora c’era da fare, ancor di più dopo la morte di Falcone, perché era rimasto solo, solo nel suo lavoro “ordinario” di smantellamento di Cosa Nostra e solo nel cercare la verità sulla strage del 23 maggio ’92 che, così tanto e così in tanti si ostinavano e, permettetemi, si ostinano a seppellire. Lo ricordava bene di essere un magistrato, pur essendo palpabile lo scoramento nel vedere sbriciolato il pool antimafia che portò al maxi-processo, nel vedere quanto fosse distante il CSM da quelle che sarebbero dovute essere le sue prerogative, nel vedere morire Falcone prima professionalmente nel 1988 quando al CSM gli fu preferito il consigliere Antonino Meli, poi nell’opinione pubblica, cosa che mai avvenne e, in ultimo fisicamente. Ma, anche questo giustificabile scoramento fu da insegnamento a tanti, riuscì a dimostrare che i veri eroi non sono immuni dai sentimenti umani e che, anzi, fanno di quelli la loro più grande forza. Lo sprono di Paolo potrebbe essere perfettamente ritrovato nelle parole di Bukowski, seppur sembrerebbe siano lontanissime la realtà del giudice e la realtà del poeta:”Era quello che volevano loro, che mi arrendessi. Glielo leggevo negli occhi, nei sorrisi, quando credevano che non guardassi. Non intendevo dargliela vinta”. “[…] questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita”, continua nel suo ultimo discorso Paolo Borsellino. Una proposizione, direi, profetica, di uno che “vedeva lungo”, di uno che, della coerenza, della pragmaticità, della chiarezza, ne aveva fatto stile di vita. Borsellino sapeva che dopo Falcone sarebbe toccato a lui, e per la intensa collaborazione con quest’ultimo e la paura che alla mafia incuteva, perché diciamolo, la mafia ha paura, e per le rivelazioni del pentito Gaspare Mutolo: su questo merita di essere aperta una interessante parentesi. Dopo la morte di Falcone, Borsellino riceve un “rimprovero” telefonico da parte del Procuratore di Firenze, Vigna, perché sostiene che il giudice siciliano non avrebbe aperto un fax da lui mandato in cui lo si informava di un pentito, Mutolo, che voleva parlare solo con Borsellino. Il giudice non ne sa nulla, il suo capo dott. Giammanco non lo aveva informato. Dopodiché iniziò una specie di calvario perché Giammanco non voleva affidargli il caso seppur, Mutolo, volesse parlare solo con lui. La mattina del 19 luglio 1992, riferisce la moglie di Borsellino, Agnese, suo marito ricevette una telefonata del suo capo Giammanco in cui gli comunicava che si era deciso ad affidargli le inchieste sulla mafia a Palermo: “Così la partita è chiusa”, disse Giammanco. Paolo Borsellino venne ucciso il pomeriggio di quel giorno. Il primo incontro con Mutolo lasciò Borsellino sconvolto e si diedero un altro appuntamento per il lunedì successivo, in cui l’argomento sa rebbe stato il rapporto tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato. A quel 20 luglio, Paolo, non è mai arrivato.
“Non ho tempo da perdere, devo lavorare, devo lavorare… E’ una corsa contro il tempo, per arrivare alla verità prima di essere fermato.”
(Paolo Borsellino, 13 luglio 1992)