Partivano da Acri, dalla popolosa contrada di Serricella, da Bisignano, Luzzi, Rose e dai tanti paesi arbëreshë abbarbicati sulle nostre colline. Valigie povere, qualche camicia, un pezzo di pane per il viaggio, una fotografia. Dietro lasciavano madri, mogli, figli, fidanzate. Davanti avevano il Belgio, la Francia, la Germania, la Svizzera. E, per molti, il buio delle miniere. A spingere migliaia di italiani verso il Belgio fu anche il celebre accordo del 1946, passato alla storia come “uomo-carbone”: forza lavoro italiana in cambio del carbone necessario a un Paese che cercava di rialzarsi dalle macerie della guerra. Tra quelle storie c’è anche quella della famiglia di Rocco Granata, futuro autore della celeberrima Marina, emigrata da Figline Vegliaturo verso il Limburgo belga, dove il padre lavorò in miniera. L’8 agosto 1956, a Marcinelle, 262 uomini non tornarono in superficie. Centotrentasei erano italiani. Dietro quei numeri ci sono volti, famiglie, lettere rimaste senza risposta. C’è anche la storia di un Mezzogiorno che per decenni ha visto partire i propri figli alla ricerca di quel futuro che la loro terra non riusciva a garantire. Per questo Marcinelle non è lontana dalla Calabria. Basta rovistare nei vecchi cassetti delle nostre case per ritrovare fotografie in bianco e nero spedite da Monaco, Stoccarda, Parigi, Bruxelles, Zurigo. E, nelle lettere di mio padre, poche parole che ritornavano spesso: «Sto bene, non preoccupatevi». Anche quando bene, forse, non si stava affatto. Abbiamo raccontato l’emigrazione attraverso parole come sacrificio, coraggio, riscatto. Parole vere. Ma accanto ad esse dobbiamo ricordarne altre: povertà, necessità, sfruttamento, disuguaglianza. Quegli uomini non amavano il buio delle miniere.
Amavano le famiglie per le quali vi scendevano. Marcinelle ci consegna anche una lezione che riguarda il presente. Settant’anni fa, gli immigrati eravamo noi. Erano italiani gli uomini che lasciavano il proprio Paese, accettavano i lavori più duri e rischiosi e affidavano alla propria fatica la speranza di un futuro migliore per i figli. Oggi quelle storie hanno altri volti e altre provenienze. Sono i braccianti nei nostri campi, gli operai nei cantieri, i lavoratori stranieri che svolgono mansioni indispensabili e troppo spesso invisibili, esposti alla precarietà, allo sfruttamento e alla mancanza di sicurezza. La storia non si ripete mai nello stesso modo e sarebbe sbagliato sovrapporre esperienze diverse. Ma la memoria serve anche a riconoscere nell’altro qualcosa che ci appartiene. Ieri nelle miniere del Belgio, oggi nei campi e nei cantieri italiani. Cambiano i luoghi, le storie e i volti, ma resta la stessa domanda di chi lavora lontano dalla propria terra: dignità, sicurezza, rispetto, diritti. Ricordare Marcinelle significa allora comprendere quanto sia fragile, nella storia delle migrazioni, il confine tra “noi” e “loro”. Significa restituire dignità a tutti coloro che partirono dalle nostre terre per guadagnarsi il pane nei luoghi più duri d’Europa. Significa ricordare che il lavoro può chiedere fatica, sacrificio, perfino la lontananza dalla propria terra. Ma non dovrebbe chiedere mai la vita. Oggi, 8 agosto, il nostro pensiero va anche a loro: agli emigrati di Acri, Bisignano, Luzzi, Rose, delle comunità arbëreshë, della Calabria e di tutto il Mezzogiorno.
A quelli che tornarono.
A quelli che rimasero lontani.
A quelli che, un giorno, non risalirono più.
La loro storia è anche la nostra.
Prof Rosalbino Turco


