Braccia rubate all’agricoltura

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Prima si chiamava A Come Agricoltura. La TV era ancora in bianco e nero e la sua collocazione dopo il telegiornale, alle quattordici o suppergiù. Ogni tanto mi capitava di dare un’occhiata, prima della pomeridiana interruzione della programmazione, solo perché il convento non passava altro. Negli anni la sostituzione con Linea Verde di cui ricordo, come degna di nota, la conduzione di Federico Fazzuoli. La televisione, da allora, è cambiata così com’è cambiata l’agricoltura, ma non tanto la sua narrazione. Il programma è ormai diventato mero infotainment, prototipo di format fotocopia dei palinsesti di reti nazionali e non, che si contendono la stessa collocazione oraria e non. A volte non sai se sia Linea o Mela, ma comunque è Verde. A volte non sai se sia una replica o una diretta differita, ma non ti manda certo il boccone di traverso, mentre stai consumando o preparando il pranzo domenicale, nella santificazione del ricongiungimento familiare. Il resto della settimana libero di strafogarti come ti pare, di seguire le mode, di festeggiare con una bolla, di farti venire le bolle, di andare in bolletta, di farti il selfie con il sushi o il kebab, di metterti a dieta o rimandare. A volte si ha la sensazione di assistere ad un pot-pourri dal sapore casalingo e di vederti spuntare all’improvviso un Pino Gigliotti o un Paolo Marra microfono in mano, oppure di veder comparire, dal retro di una cucina, Antonino Cannavacciuolo o Antonella Clerici che t’insegue con il suo piatto di polpette al sugo! …Ma, a mmia i maccarruni ccu ri purpetti proprio non mi piacciono! Immancabili le tavolate ricolme d’ogni ben di Dio, all’aperto, con la nonna, la vecchia zia o uno chef più o meno stellato. Insomma la solita televisione nazionalpopolare col suo (retro)gusto di nostalgia e retromania, col suo carico di pubblicità più o meno occulta, con l’intermezzo di siparietti più o meno imbarazzanti e/o edificanti di vita e televisione di provincia. Immancabile la retorica delle eccellenze, il fantomatico ritorno all’agricoltura, la genuinità dei prodotti, il mondo contadino, i borghi, le meraviglie ed i tesori da (ri)scoprire, il ritorno/rigurgito delle tradizioni, la mela al giorno che toglie il medico di torno, le aie, i cortili e i polli ruspanti. Interessante finché si vuole, ma ci si potrebbe chiedere, per l’ennesima volta, quale realtà racconti e voglia raccontare la televisione, se intenda naufragare e permanere tra paesologia e restanza, sostenibilità e green washing, l’etica di Oscar Farinetti e l’estetica di Chef Rubio, oppure se la saga paesana sia diventata uno specifico televisivo buono per tutte le stagioni, che si autoreplica e moltiplica nei territori per la gioia di buongustai a ufo e politici di rango r(eg)ionale tipo Pirillo, Spirlì, Gallo eccetera… Ci si potrebbe altresì domandare se dopo la vergognosa pagina delle vicende giudiziarie di Aboubakar Soumahoro & family, il bracciantato in agricoltura sia ancora una pratica in essere o la meccanizzazione e il progresso civile/culturale/tecnologico lo abbiano debellato del tutto. La grande distribuzione, che condiziona e guida la maggior parte delle nostre scelte alimentari e non, quasi mai entra nei temi in discussione in Tv ed altrove. D’altronde non è più tempo di trasmissioni come Di Tasca Nostra o di questionare sulle leggi di mercato! Il cambiamento climatico continua ad essere il solito tabù, così come tutte le problematiche ambientali cui si intreccia e connette. La siccità, le alluvioni, i terremoti, gli incendi estivi e tutte le calamità naturali di questo nostro e altri mondi, sempre più ricorrenti e devastanti, rimangono all’attenzione generale per lo spazio di qualche ora, svanendo irrimediabilmente fra il gossip della politica e della cronaca, le inchieste di Report o Giletti, le ultimissime dell’onnipresente Festival di Sanremo ed il compianto affranto, coram populo, per il (di)partito del giorno prima. La pandemia rimane ormai l’incubo del passato e la dose, senza ambiguità di sorta, resta modica e/o variabile a tua esclusiva discrezione. La guerra in Ucraina il modo unanime per sentirsi la coscienza più pulita, pur vendendo armi e desertificando il granaio d’Europa. E poi, del resto, il gas (ce) lo ritroveremo pur da qualche altra parte. …Siamo in Europa, o no?, e che cazzo!
Ogni volta che il circo mediatico di Linea Verde visita le nostre lande l’orgoglio calabro si rifocilla, e tra DOP, DOC e il din don di sgragagliati campane a festa, il giubilo si trasfonde sui social, quasi che la Calabria torni ad essere parte dell’Italia, dell’Europa, del Mondo. Tutti a ricordarci come si possa andare a nozze con i fichi secchi, ignorando le potenzialità dell’alchermes nella pasticceria, oppure a ricordarci le doti miracolistiche ‘i ri vruocculi ‘i rapa sine o cum sazzizza affumicchiata supa a vrascia, ignorando le potenzialità della cimice nell’industria cosmetica. Io non so se siano più nocivi, per la natura innaturale dei nostri territori, i cacciatori o gli agricoltori, ma per certo il consumo del nostro suolo è imputabile non solo al cemento, ma anche ai capannoni in pannelli coibentati di poliuretano espanso e alle serre in materiali termoplastici a perdita d’occhio. Io non so se la potabilità dell’acqua sia un totem, ma per certo il risparmio di consumo d’acqua in agricoltura, non può fare a meno di chilometri di tubi in polietilene da smaltire. Io non so fino a che punto la perdita di risorse idriche può essere compensata da nuovi pozzi da scavare senza misura. Io non so fino a che punto la piantumazione di nuovi alberi potrà rivaleggiare con quelli che se ne andranno in fumo la prossima estate. Io non so se le cantine si riempiranno di nuovi vini con cui degustare piatti stellati o precotti, ma di certo cercherei di salvaguardare prima di tutto il pane e companatico. Io non so se il PNRR ci salverà dalle ambasce o l’autonomia differenziata regionale si risolverà in un altro colpo di grazia, ma per intanto non darei retta alla televisione e comincerei a guardarmi intorno. Il futuro è già qui e là fuori c’è un mandorlo in fiore.