Dispositivi anticaduta per tetto: normative, tipologie e criteri di scelta

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Secondo le rilevazioni INAIL relative agli ultimi rapporti annuali, le cadute dall’alto incidono in misura rilevante sugli infortuni mortali nel settore costruzioni, con una concentrazione significativa nelle attività di manutenzione su coperture.

In questo scenario i dispositivi anticaduta per tetto costituiscono parte integrante del sistema di sicurezza della copertura, al pari delle strutture portanti su cui sono installati, e sono disciplinati da norme tecniche armonizzate e da precisi obblighi giuridici.

Di seguito, esamineremo la natura di questi dispositivi, la loro classificazione normativa, il perimetro degli obblighi previsti dalla legislazione vigente e i criteri tecnici che orientano la selezione del sistema più idoneo.

Cosa si intende per dispositivo anticaduta da tetto

Un dispositivo anticaduta da tetto è un sistema, permanente o temporaneo, finalizzato a trattenere o arrestare l’operatore in caso di perdita di equilibrio durante un’attività in quota.

Si tratta di un insieme coordinato di elementi: il punto di ancoraggio fissato alla copertura, il cordino o il dispositivo retrattile, l’assorbitore di energia e l’imbracatura indossata dall’operatore.

Sul piano progettuale si distinguono due funzioni: prevenire la caduta limitando lo spostamento dell’operatore verso il bordo, oppure, quando l’attività richiede di avvicinarsi alla linea di gronda, arrestare l’eventuale caduta contenendo la forza trasmessa al corpo entro la soglia dei 6 kN prevista dalla EN 355.

L’articolo 115 del D.Lgs. 81/2008 fissa una gerarchia esplicita tra le due soluzioni, indicando come prioritari i sistemi di trattenuta rispetto a quelli di arresto caduta.

Il quadro normativo: UNI EN 795 e D.Lgs. 81/2008

Il riferimento tecnico cardine è la norma UNI EN 795:2012, che disciplina i dispositivi di ancoraggio destinati all’impiego con DPI contro le cadute dall’alto, definendone requisiti prestazionali, metodi di prova, marcatura e contenuti minimi delle istruzioni d’uso.

Sul piano giuridico, il D.Lgs. 81/2008 pone in capo al datore di lavoro tre obblighi: valutazione dei rischi, fornitura di DPI conformi, formazione specifica.

I dispositivi anticaduta appartengono alla terza categoria di DPI, riservata ai presidi che proteggono da rischi di morte o di lesioni gravi e permanenti, e richiedono pertanto un addestramento documentato e non sostituibile dalla mera informazione.

Diverse Regioni hanno legiferato in materia: la Regione Lombardia con il Decreto n. 119/2009 e successivi atti regolamentari, il Piemonte con la L.R. 20/2009, la Toscana con il Regolamento DPGR 75/R/2013, il Veneto con specifiche disposizioni in materia di prevenzione delle cadute dall’alto.

Le disposizioni variano per soglia di applicazione e per tipologia di intervento edilizio interessato: prima di intervenire conviene quindi verificare la normativa regionale applicabile, poiché l’assenza dei requisiti previsti può determinare la sospensione dell’intervento e l’applicazione di sanzioni amministrative.

Le cinque classi di dispositivi secondo UNI EN 795

La UNI EN 795:2012 individua cinque tipologie di dispositivi di ancoraggio, identificate alfabeticamente.

Non si tratta di una distinzione meramente formale: ciascuna classe risponde a una logica progettuale e a un ambito applicativo diversi.

Tipo A: punti di ancoraggio singoli e fissi, vincolati a strutture portanti quali travi, pareti o solai. Comprendono golfari e piastre certificate, impiegati quando l’ancoraggio richiesto è di natura puntuale, ad esempio in prossimità di comignoli o abbaini.

Tipo B: dispositivi provvisori e trasportabili, privi di fissaggio strutturale permanente, destinati a interventi temporanei e rimossi al termine dell’attività.

Trovano impiego tipico nei lavori di breve durata su coperture non dotate di linea vita permanente.

Tipo C: linee di ancoraggio flessibili, costituite da cavi in acciaio tesi tra due o più pali e sviluppate lungo la falda.

È la configurazione più diffusa nelle coperture civili e industriali, in quanto consente lo scorrimento continuo dell’operatore lungo l’intero tracciato senza necessità di sganciare il connettore.

Tipo D: linee di ancoraggio rigide su rotaia o binario metallico.

Offrono prestazioni superiori al tipo C in termini di freccia di caduta, a fronte di costi e ingombri più elevati; trovano applicazione prevalente nei contesti industriali con percorsi obbligati e frequenza elevata di transito.

Tipo E: ancoraggi a corpo morto, impiegati su superfici orizzontali piane dove la foratura della copertura risulta sconsigliabile.

Si trovano frequentemente su coperture piane impermeabilizzate con guaina bituminosa, dove ogni foratura comprometterebbe la tenuta; il limite operativo è il peso considerevole dei contrappesi, che incide sul carico distribuito ammissibile del solaio e va verificato in sede progettuale.

La scelta tra queste classi dipende dalla geometria del tetto, dalla frequenza prevista degli interventi manutentivi e dalla capacità portante della struttura sottostante.

Su una falda in legno con pendenza intorno al 30%, lunghezza di gronda nell’ordine dei 10-15 metri e necessità di accesso periodico per pulizia camini e ispezione di un impianto fotovoltaico, la configurazione più ricorrente è una linea vita di tipo C con pali intermedi distanziati di 8-10 metri e doppio ancoraggio di estremità.

I componenti di un sistema completo

Il dispositivo di ancoraggio rappresenta solo una porzione del sistema.

L’operatività in sicurezza richiede l’integrazione di più DPI, ciascuno provvisto di propria certificazione armonizzata.

Il sistema completo si compone dell’imbracatura anticaduta (EN 361), che distribuisce le forze d’arresto sui punti del corpo in grado di sostenerle; del cordino con assorbitore di energia (EN 355) o, in alternativa, del dispositivo retrattile (EN 360), entrambi calibrati per contenere la forza d’arresto entro 6 kN; dei connettori a ghiera (EN 362) per il collegamento agli ancoraggi; del casco con sottogola (EN 397), indispensabile per limitare i traumi cranici nelle oscillazioni successive all’arresto.

Il tirante d’aria è il parametro che condiziona maggiormente la praticabilità del sistema sugli edifici di altezza ridotta.

Nel calcolo occorre considerare l’allungamento del cordino, l’apertura dell’assorbitore, la freccia della linea flessibile e la statura dell’operatore: su un edificio di gronda inferiore ai 6 metri un cordino con assorbitore standard può risultare insufficiente, rendendo obbligatorio il ricorso a un retrattile o a un sistema di sola trattenuta.

Come scegliere il kit giusto per la copertura

La selezione del kit linea vita richiede una valutazione caso per caso: non esistono configurazioni trasferibili tali e quali da un tetto all’altro.

I parametri determinanti includono la tipologia del manto di copertura (lamiera grecata, tegole, coppi, calcestruzzo, pannelli sandwich), la pendenza, la portanza degli elementi strutturali e la presenza di ostacoli quali lucernari, evacuatori di fumo o impianti tecnologici.

Il mercato italiano offre numerose soluzioni certificate, articolate per tipologia di manto e per geometria della copertura.

Nella consultazione delle schede tecniche conviene verificare in particolare i test di prova condotti sul manto specifico, le portate ammissibili degli ancoraggi di estremità e il numero massimo di operatori collegabili contemporaneamente.

Un riferimento utile per inquadrare la struttura di un’offerta tecnica è la rassegna dei kit linea vita per tetti proposti da Pegaso Anticaduta, articolata per tipologia di copertura, che permette di osservare quali componenti compongono un sistema completo e quali variabili influiscono sulla scelta.

Manutenzione e verifiche periodiche

L’efficacia di un dispositivo anticaduta è condizionata alla regolarità della manutenzione.

La norma UNI 11560, unitamente alle prescrizioni dei fabbricanti, prevede una verifica periodica almeno annuale da parte di personale qualificato, integrata da un’ispezione visiva preliminare a ogni utilizzo.

Cavi, bullonerie, pali e sigillature devono essere oggetto di controllo documentato all’interno di un registro dedicato.

Come evidenziato dall’INAIL nel “Quaderno Tecnico per i cantieri temporanei o mobili – Sistemi di protezione contro le cadute dall’alto”, l’affidabilità di un sistema anticaduta è subordinata alla continuità delle azioni manutentive e all’aggiornamento documentale della copertura.

Le ispezioni periodiche hanno evidenziato come la corrosione localizzata sui cavi in acciaio, particolarmente diffusa nelle zone costiere o industriali, e l’allentamento dei fissaggi per sollecitazioni termiche cicliche rappresentino i difetti più frequentemente riscontrati nel parco installato.

Il gestore dell’immobile, o chi risponde del personale che opera in copertura, deve conservare integralmente la documentazione rilasciata all’atto dell’installazione e calendarizzare i controlli annuali.

In sede di verifica ispettiva, l’assenza del registro dei controlli o della documentazione di installazione è tra le contestazioni ricorrenti, e produce effetti sanzionatori anche quando il sistema risulta materialmente funzionante.