La verità sul Referendum del 2 giugno ‘46: il voto del Sud non fu libero

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La verità sul Referendum del 2 giugno ‘46: il voto del Sud non fu libero

Nota introduttiva: l’analisi del referendum istituzionale del 2 giugno 1946 ha tradizionalmente attribuito il massiccio voto monarchico del Sud Italia a ragioni di conservazione sociale e culturale. Questo articolo propone un cambio di prospettiva, dimostrando come il consenso alla Corona nel Mezzogiorno sia stato l’esito di un condizionamento coercitivo e sistematico esercitato dalle élite latifondiste sui contadini al fine di preservare i propri privilegi. Attraverso il ricorso alle fonti storiografiche dell’epoca e l’analisi dei dati elettorali in controtendenza della provincia di Cosenza – dove il Movimento Contadino scardinò i vecchi rapporti di forza – lo studio evidenzia la stretta correlazione tra l’emancipazione economico-sociale e la conquista di un voto autenticamente libero.

Ottanta anni fa, nel referendum istituzionale del 2 e del 3 giugno 1946, gli italiani chiamati alle urne scelsero la Repubblica come forma di Stato e nelle simultanee elezioni politiche elessero i loro rappresentanti all’Assemblea Costituente con l’incarico di redigere la nuova Costituzione. A fronte di un’affluenza dell’89%, e come ampiamente risaputo, la Repubblica si attestò al 54,3% dei voti, prevalentemente sostenuta nelle regioni del settentrione dove raccolse il 66,2% dei voti, mentre la Monarchia si attestò al 45,7% delle preferenze, sostanzialmente appoggiata dalle regioni del meridione dove acquisì il 63,8% dei voti con punta a Napoli dove ottenne persino l’80% dei consensi.

Storicamente fu adottata una narrazione che individua come ragioni per tale linea elettorale da parte del Sud Italia sentimenti di conservazione sociale, di fedeltà istituzionale e di stabilità garantita dai Savoia e una generale paura per il nuovo, un atto di difesa del passato contro un futuro incerto, cercando nella monarchia un ultimo punto di riferimento. Inoltre, altre visioni sostengono che nel contesto post-bellico che vide il mezzogiorno liberato dagli Alleati molto anticipatamente rispetto al centro-nord, molto dipese anche dal fatto che il Sud visse l’esperienza della Resistenza in maniera differente. Il Centro-Nord fu il cuore della Resistenza, dopo l’Armistizio di Cassibile dell’8 settembre 1943 che prevedeva la resa incondizionata agli Alleati e al seguito del quale vi fu la famosa fuga da Roma del Re Vittorio Emanuele III e del capo del nuovo governo Pietro Badoglio, queste regioni furono occupate dalle forze armate naziste e vi fu istituita la Repubblica Sociale Italiana: qui la causa partigiana si trasformò in una vera e propria guerra di liberazione e civile, durata quasi due anni e condotta dai partigiani coordinati dal Comitato di Liberazione Nazionale.

La Resistenza al Sud fu un fenomeno diverso ma ugualmente significativo, si sviluppò in un arco di tempo molto più breve poiché le truppe anglo-americane risalirono rapidamente la penisola e fu per lo più un movimento spontaneo ed episodico, in risposta alla breve e brutale occupazione tedesca. Furono emblematici gli episodi di ribellione popolare nell’anno 1943 come l’Insurrezione di Matera del 21 settembre e le Quattro Giornate di Napoli, dal 27 al 30 settembre, centri in cui la cittadinanza insorse scacciando i nazisti prima dell’arrivo degli Alleati.

Inoltre, nelle regioni meridionali, la Corona era tradizionalmente percepita come un baluardo di stabilità e di unità nazionale, d’altronde dopo la fuga da Roma nel settembre 1943 in seguito all’annuncio dell’armistizio, il Maresciallo Pietro Badoglio e il Re Vittorio Emanuele III trovarono rifugio a Brindisi, centro operativo del Governo Badoglio e provvisoria capitale d’Italia, dando vita al cosiddetto “Regno del Sud” con il quale il mezzogiorno mantenne una sorta di sentimento di appartenenza, mentre il Nord aveva maturato un forte sentimento repubblicano attraverso l’esperienza della Resistenza e la lotta al fascismo. Infatti, molti sostengono che il Sud fu guidato da un sentimento anti-nordista, derivato da un senso di distacco dalle decisioni politiche centrali ristabilite a Roma ed intraprese dal governo Bonomi espressione del CLN, vivendo il voto come una protesta separatista o di salvaguardia della propria identità politica, sociale e culturale.

Questi aspetti, seppur presenti in una componente del sentimento comune meridionale, non furono però la principale e concreta causa di quel risvolto elettorale, ma piuttosto considerabili come elementi di contorno, concause secondarie a un fattore esponenzialmente più determinante: il voto delle popolazioni del Sud Italia non fu libero, ma fu pesantemente condizionato. La maggior parte dell’elettorato meridionale fu gravemente indirizzato dall’influenza stretta e diretta delle élite locali, una ristrettissima classe di proprietari terrieri che impose la sua linea lungo tutto il meridione, decisiva per il verificarsi di quel risultato referendario territoriale. Furono infatti registrate, nel corso della campagna referendaria ed elettorale, una serie di violenze di diverse tipologie che colpirono i comitati e i soggetti politici che sostennero la Repubblica. Alcune di queste violenze erano ben appariscenti poiché riguardavano la campagna pubblica, e consistevano in un sistema di sopraffazione della propaganda elettorale, attraverso certificati elettorali comprati a più di 5.000 lire (all’epoca valevoli circa 58€), bustarelle e distribuzioni di pasta all’ultima ora. Tutto questo nel contesto di una abnorme sproporzione relativa ai mezzi di propaganda nelle mani dei due schieramenti: materiale pubblicitario come manifesti e volantini, mezzi di trasporto e carburante erano quasi completamente appannaggio della propaganda monarchica, per via della maggiore potenza economica dei suoi sostenitori.

Eppure fu presente una violenza economica e sociale meno visibile rispetto alla prima, ma molto più devastante e decisiva: lo sfruttamento dello stato della sottomissione a cui erano sottoposti, nel meridione latifondista di quell’epoca, contadini e operai nei confronti del padrone. Quest’ultimo convocava i tanti che dipendevano da lui istruendoli su come votare e per chi votare, oltre all’usanza del servo stesso di chiedere al padrone come votare perché già suo padre votava per chi diceva il padrone. Questo sistema era rafforzato da intimidazioni e minacce, tra cui la più terribile era quella di sfratto. Il combinato di queste manovre, favorite dal contesto economico-sociale e politico, furono dunque la ragione principale del risultato favorevole alla monarchia nelle regioni del mezzogiorno.

Le numerose pressioni da parte dei grandi proprietari terrieri sui contadini affinché votassero per la Monarchia si manifestarono dunque attraverso dinamiche ben precise di ricatto occupazionale, minacciando il licenziamento ai contadini; attraverso una propaganda paternalistica e intimidatoria, presentandosi nei campi descrivendo la Repubblica come un pericolo per la stabilità economica e per la religione, e in alcune realtà rurali vi era il timore che il voto venisse monitorato tramite “soffiate” portando i contadini a cedere alle indicazioni della classe dirigente agraria.

Le considerazioni sulle elezioni nel Mezzogiorno pubblicate dallo scrittore Giorgio Amendola sulla rivista “Rinascita” nel giugno del’46, raccontano dettagliatamente tali pratiche, affiancandosi a testimonianze tramandate oppure riportate da comitati politici vicini ai contadini, in numerose realtà locali, così come vari altri scritti descrivono la subordinazione politica ed economica di braccianti, mezzadri, coloni e fittuari ai grandi proprietari.

Tommaso Fiore in “Un Popolo di Formiche” (1952) denuncia uno stato di semi-schiavitù dei contadini pugliesi rispetto ai grandi agrari che li privavano di qualsiasi diritto politico relegandoli in un sistema di dipendenza elettorale. I contadini non avendo voce politica, venivano manovrati dai potenti locali durante le tornate elettorali, costretti a cambiare orientamento a seconda della coercizione subita.

In “La rivoluzione meridionale” (1925), Guido Dorso definisce in tutto il Mezzogiorno il voto dei contadini non come un’espressione democratica libera, ma come uno strumento manovrato dai grandi proprietari terrieri attraverso sistemi di clientelismo, paternalismo e di sottomissione economica, impedendo così la nascita di una vera coscienza di classe.

Gaetano Salvemini ne “Il Ministro della Malavita” (1910) descrive nel meridione il sistema dei “notabili” dove il potere detenuto dagli individui socialmente più influenti incideva sul voto in maniera molto più decisiva rispetto alle strutture partitiche e collettive.

Anche il lavoro di storici di oltremanica arricchisce le fonti in merito a questo contesto. Come osservato da Denis Mack Smith, larga parte della costruzione dello Stato unitario italiano si reggeva su reti locali di mediazione politica e patronato, particolarmente radicate nel Mezzogiorno rurale.

Queste strutture di potere descritte da Dorso, Salvemini e Mack Smith rimasero perfettamente solide ai tempi del referendum implicando gli episodi precedentemente descritti da Giorgio Amendola, e nel secondo dopoguerra trovarono eco nella denuncia di Tommaso Fiore.

In quegli anni, i proprietari terrieri del Sud Italia, i cosiddetti “latifondisti”, detenendo la maggior parte delle terre coltivabili, rappresentavano una classe sociale ristretta e potente. Alcuni erano membri dell’aristocrazia terriera, famiglie nobiliari storiche che possedevano vasti latifondi ereditati e gestiti in maniera feudale o semifeudale; altri facevano parte della borghesia agraria, ovvero nuovi proprietari, notabili locali, che invece avevano acquistato terre nel corso degli ultimi decenni. Gran parte di questi proprietari erano “assenteisti”, non vivevano sui loro fondi, affidandoli alla gestione di intermediari, ma risiedevano nei capoluoghi di provincia, specialmente nella città di Napoli dove, difatti, fu registrato il dato elettorale più alto a favore della monarchia. Questi, storicamente e sistematicamente, sostennero la monarchia, quella borbonica prima, quella sabauda poi, al fine di preservare i propri privilegi economici, sociali e il controllo degli stessi latifondi.

La monarchia, sia prima che dopo l’unita d’Italia nel 1861, garantiva l’ordine sociale e proteggeva la proprietà privata dai tentativi di riforma agraria o dalle rivolte contadine. Si trattava in altre parole di stregua difesa dello status quo, i proprietari terrieri temevano che un governo repubblicano, e dunque associato a istanze democratiche, potesse redistribuire le terre o imporre tasse più eque, riducendo il loro potere politico ed economico.

Per inciso, quello del latifondo era un sistema basato su monoculture estensive con bassi investimenti in nuove tecnologie e bassa produttività, i proprietari terrieri non reinvestivano i guadagni nel miglioramento dei terreni e il loro assenteismo implicava anche il ricircolo delle loro risorse finanziarie nelle grandi Città. Questo modello fu causa dell’arretratezza economica e sociale del Mezzogiorno, unitamente alle politiche statali post-unificazione dell’Italia come le tariffe doganali protezionistiche, soprattutto quelle introdotte nel 1887 dal governo Crispi, saldarono in un unico blocco gli interessi della borghesia industriale del Nord che chiedevano protezione per le fabbriche, con quelli dei grandi proprietari agricoli del Sud che volevano difendere il prezzo del grano, favorendo l’alleanza tra la borghesia agraria del Sud e il grande capitale del Nord. Per via della crisi economica globale che imperversava dal 1873 e che provocò un crollo dei prezzi e con l’arrivo in Europa del grano americano e russo coltivato a costi bassissimi, l’agricoltura italiana era in ginocchio, mentre la nascita dell’industria pesante spinse lo Stato a sostenere l’industria interna difendendola dalla concorrenza straniera più avanzata e competitiva. Tali politiche protezioniste danneggiarono il Sud tutelando l’industria meccanica e tessile del Nord dalla concorrenza estera a spese del potere d’acquisto meridionale, penalizzando l’agricoltura specializzata del Sud e l’attività dei piccoli produttori. Il Sud, di conseguenza, fu costretto ad acquistare prodotti industriali settentrionali a prezzi più alti, trasferendo ricchezza dal Mezzogiorno al Nord industrializzato.

L’introduzione dei dazi portarono alla rottura dei trattati commerciali con la Francia che, per rappresaglia, chiuse il proprio mercato ai prodotti agricoli meridionali (vino, olio e agrumi), che persero così il loro sbocco commerciale principale. Senza la possibilità di esportare, il sistema agricolo meridionale specializzato collassò. Molti contadini si trovarono in miseria, spingendo l’inizio dell’emigrazione di massa verso le Americhe tra fine ‘800 e inizio ‘900.

Gli economisti meridionali dell’epoca, come Antonio De Viti De Marco, criticarono aspramente queste misure, evidenziando come il protezionismo avesse creato un divario economico mostruoso tra nord e sud del Paese.

In seguito, anche la compagna economica lanciata da Benito Mussolini nel 1925 e conosciuta come “la battaglia del grano” ebbe effetti fortemente negativi sul Sud Italia. Poiché mirava a raddoppiare la produzione di frumento a ogni costo, la politica penalizzò le colture specializzate (vite, ulivo, agrumi) e la zootecnia, distruggendo il fragile equilibrio agricolo meridionale e avvantaggiando solo i grandi latifondisti.

Come ultimo punto, andiamo ad alcune osservazioni in merito alla correlazione tra i risultati referendari locali e la presenza del movimento contadino per la terra. Le forze politiche del Paese erano in questo modo schierate: PCI, PSIUP, Partito d’Azione e Partito Repubblicano a supporto della Repubblica; Unione Democratica Nazionale e Partito Nazionale Monarchico a supporto della Monarchia. La Democrazia Cristiana, partito di maggioranza relativa, non diede indicazioni ufficiali di voto per evitare frammentazioni tra la base settentrionale, favorevole alla repubblica, e la base meridionale, sostenitrice della monarchia. Molto intuitivo che la forza politica della DC, così divisa, diede un’ulteriore spinta alla polarizzazione di nord e sud rispetto ai consensi conseguiti da repubblica e monarchia.

E in questo contesto politico e sociale però, è infatti estremamente interessante ed importante notare l’andamento del voto repubblicano nelle aree del sud che in quel momento erano interessate dal Movimento Contadino. All’elezione costituente, nella provincia di Cosenza ad esempio, nei 20 centri rurali divenuti in quegli anni promotori del movimento per l’espropriazione delle terre, le forze di sinistra, repubblicane, ottennero un enorme consenso elettorale e per lo più la maggioranza assoluta dei voti. Ad Acri, il PCI ottenne il 46,3% dei voti (con vittoria locale della repubblica con il 59,62% dei voti), a Bocchigliero il PSIUP acquisì il 40,4% dei voti e il PCI il 9,5% (con preferenza alla Repubblica al 64,37%), a Longobucco il PSIUP arrivò al 48,5% delle preferenze e il PCI all’8% (con la Repubblica al 68,48%), a San Demetrio Corone il PCI ricevette il 46,1% dei consensi e il PSIUP il 5,1% (Repubblica al 63,25%), a Spezzano Silano addirittura il PCI raccolse il 60,5% dei voti (con la Repubblica che si attestò addirittura al 73%). Volendo fare un focus su Bisignano, la monarchia raccolse il 50,58% dei consensi, quasi un pareggio con la Repubblica al 49,42%, e la sezione elettorale di Piano, storicamente legata al PCI, vide la Repubblica trionfare sulla Monarchia. I contadini di Bisignano erano scesi in lotta poco più di un anno prima e la risposta al dominio padronale iniziava a fare breccia nel tessuto politico-elettorale del tempo. Grazie alle lotte contadine e ai Decreti del ministro Gullo (1944-1945) si arrivò alla riorganizzazione della struttura agraria con l’espropriazione e la redistribuzione di gran parte dei terreni incolti ai contadini, importanti modifiche ai contratti agricoli, aprendo la strada a forme di agricoltura più moderne e specializzate, sebbene sopravvissero criticità legate allo sfruttamento della manodopera.

In definitiva, il risultato favorevole alla monarchia nel Sud Italia fu espressione di un metodo coercitivo sistematico e diretto sul voto attuato da una classe sociale timorata dal perdere i propri privilegi, mentre i movimenti contadini iniziavano a fare breccia in questo sistema, replicando il lavoro che al nord era in stato più avanzato, da parte dell’organizzazione sindacale, e per via della più articolata rete della Resistenza, sottraendo maggiormente contadini e operai a tali condizionamenti, portando in futuro ad una maggiore emancipazione della classe contadina anche in termini di consapevolezza e libertà del proprio voto.

Umile Daniel Fabbricatore

02/06/2026