Mosca, Squitieri e Sgarbi: la lite del secolo

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Signori,

qui vi offriamo un’analisi semantica di quella che è stata la miglior lite della televisione, ovvero quella tra le bonanime di Maurizio Mosca, Pasquale Squitieri e Vittorio Sgarbi: un corollario meraviglioso sotto la stupenda regia di Aldo Biscardi.

Un lunedì qualunque, gli studi sono quelli di Tele Più 2, canale sportivo della prima pay per wiew italiana. Non lasciatevi ingannare dagli ultimi anni del Processo: quello che vi raccontiamo era forse nel momento del suo maggior splendore e, come tale, era la vetrina privilegiata per parlare di calcio ad cazzum. Di una cosa ne siamo tutti sicuri: al Processo di Biscardi non si parlava di calcio, si urlava di calcio o di ciò che lontanamente si avvicinava.

Fortuna ha voluto che la Gialappa’s abbia all’epoca immortalato questo pezzo di storia in circa tre minuti, che noi andremo ad analizzare passo dopo passo.

ATTO 1

Mosca: «Non è vero che la gente non sopporta la ricchezza».

Di certo, non ha mai lodato la ricchezza di Maurizio Mosca, il quale saltava per un non nulla quando si parlava di soldi, rinfacciando fortune assicurative e altro ancora. Ricordiamo quando Mosca affermò di aver pagato le tasse tutta una vita.

Squitieri: «Signori ricordatevi che i poliziotti guadagnano due milioni al mese e rischiano la vita. E che cazzo… e che cazzo … e che cazzo… e fanno un lavoro molto più rischioso».

La retorica fatta umana in lire, questa è la prima perla (una bestemmia alla Marcozzi sarebbe stato il top) che scatenerà il meccanismo a catena di Vittorio Sgarbi.

Sgarbi: «Devo dire che per un attimo mi sono vergognato di esser stato uno dei suoi sostenitori della campagna elettorale che l’hanno portato in parlamento. Ha detto una cosa che non pensa e l’ha detta soltanto per ottenere un applauso».

Sgarbi tipo pianista del parlamento, che vanta bei record di assenteismo. Lo stacco del montaggio, che inquadra Max Biaggi in platea ci fa capire come il discorso di Sgarbi sia solo agli inizi.

ATTO 2

Ancora Sgarbi: «Un calciatore produce un’emozione identica a quella di un’artista e nessuno si stupisce che Picasso sia miliardario».

Squitieri stravacca in poltrona, ben capendo che Sgarbi è il re della retorica, anche se in maniera più aulica. E conosciamo gente che per un gol in Terza Categoria era più emozionato del vedere la Gioconda originale.

Sgarbi, parlando di poliziotti e soldati e accavallato dal maestro Biscardi, va al contrattacco, riferendosi a Squitieri: «Tu sei esattamente come Sandro Curzi, fai della retorica insopportabile. […] ma è inutile tirar fuori i poliziotti. Altrimenti tiro fuori che Picasso era uno stronzo, Raffaello era una merda e i poveri soldati sono degli eroi, che c’entra. Hai fatto un sacco di soldi con i film, non rompere i coglioni!».

Secondo qualcuno non si citano gli assenti, anzi l’unico laziale e comunista della storia, ma rimane una scena bellissima, i presenti infiammano il teatro mentre la regia fa vedere tre signore che con il calcio non c’entrano veramente nulla, andate lì giusto per lo sciopero del loro circolo d’uncinetto. Squitieri ha capito, intanto, di esser passato per la storia, in molti lo hanno ricordato recentemente per la lite e non per i film, Dio gliene renda gloria.

ATTO 3

L’intervento di Maurizio Mosca, l’inizio della apocalisse.

Capiamo un «Piace a tutti, è inutile nasconderlo»,

«Nun po’ fare accussì»,

«Stai buono»,

«Stai seduto per Dio».

I primi quattro passaggi sono intervalli tra Mosca e Squitieri, prima che Mosca si alzi con «Ma guarda che roba» e si risieda con «Sgarbi, ma guarda che roba».

Mosca poi ripunta Squitieri. E sbaglia. Sbaglia clamorosamente: «Con lui abbiamo fatto delle liti al tempo del Processo, ti ricordi…».

A quale processo? Non sappiamo a che archivio votarci.

Ed ecco la frase cardine, il punto di non ritorno: «Perché tu sei un leghista di merda». Alè!

Colpo di coda di Squitieri contro Maurizio Mosca, stessa giacca da cinquantadue anni.

Mosca va in bambola, Biscardi si inventa una chiamata della redazione, Mosca fa la prima accusa: «Sgarbi, cosa hai fatto?», poi rincara la dose, dicendo: «M’ha detto leghista di merda».

Sgarbi, come d’altronde tutti noi, fa la cosa più naturale: continuare il cazzeggio, chiedendo e proponendo una versione dei fatti alternativa: «Ha detto che gli hai detto regista di merda». Lo ripete due volte. E poi il capolavoro di Squitieri: «Non toccare la merda perché Sgarbi ci sguazza».

Lacrimoni.

ATTO 4

Maurizio Mosca in versione Uma Thurman: Kill Bill è nulla al confronto.

«Lasciamo questi discorsi, comunque leghista non sono» . Mosca cerca un appiglio, mentre Sgarbi e Squitieri gli ridono in faccia.

Poi interviene il genio di Biscardi: «Nessuno lo ha detto, Maurizio stava scherzando non capisci». Un capolavoro nel capolavoro, Biscardi fa la parte del professore che deve sedare una lite in quarta elementare, ma lo fa con fastidio perché dopo un po’ suonerà la campanella e tutti a casa. Ambra Orfei guarda attonita.

Squitieri lo chiama menefreghista e lo accompagna con un coro, Mosca suda e risuda prima dell’apoteosi: si alza, va al centro dello studio e con una mossa alla Carla Fracci cerca giustificazioni tra il pubblico: «Lui mi ha detto, anche simpaticamente, leghista di merda». La movenza delle braccia, accompagnate dalla musicalità delle parole diventa un incrocio di linguistica applicata, come se il tempo si fermasse per la costruzione di un nuovo aramaico.

Già puntando il dito su Squitieri al grido di «Dì la verità, dì la verità», si è esaurita la capacità di sognare, anche dopo il “menefreghista” sentito da Biscardi.

Squitieri cerca un colpo ad effetto con un «Senti stronzo» e Mosca, girato di spalle, non capta questa nuova perla chiudendo con: «Ho rispetto per tutti, ma giuro che non sono leghista, tanto meno di merda».

Applausi.

Clan05