Marino, ex sindaco di Roma condannato a 2 anni

Ignazio Marino, ex sindaco di Roma, è stato condannato nel processo d’appello per il caso degli scontrini a due anni di reclusione. La sentenza contro Marino è stata emessa dalla III sezione della Corte d’Appello Roma davanti alla quale il professore genovese ha dovuto rispondere dalle accuse di peculato e falso. In primo grado era stato assolto e nel giudizio il Comune di Roma si è costituito parte civile.

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Il difensore di Marino, l’avvocato Enzo Musco, ha spiegato nel corso del suo intervento: “La responsabilità di Ignazio Marino è inesistente. Si ha l’impressione, leggendo l’atto di appello, che la procura consideri il sindaco della Capitale d’Italia, una sorta di burocrate che lavora a tempo per cene tutto sommato di poco conto. Marino è riuscito a far guadagnare alla Capitale somme ben superiori alle modeste spese di rappresentanza sostenute”.

In particolare, i magistrati hanno accusato Marino di aver speso 12mila 716 euro in 56 cene private spacciate per istituzionali. Questo fascicolo è stato curato dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Roma. Dagli atti risulta che Marino «si appropriava ripetutamente della dotazione finanziaria dell’ente allorché utilizzava la carta di credito a lui concessa in dotazione all’Amministrazione». Secondo la Procura l’ex sindaco avrebbe utilizzato la carta per «acquistare servizi di ristorazione nell’interesse suo, dei suoi congiunti e di altre persone non identificate». Marino – accusato anche di falso in merito a questa vicenda – «al fine di occultare» le spese effettuate indebitamente con la carta di credito dell’amministrazione, avrebbe «impartito disposizioni al personale addetto alla sua segreteria affinché formasse le dichiarazioni giustificative delle spese sostenute inserendovi indicazioni non vere, tese ad accreditare la natura “istituzionale” dell’evento ed apponendo in calce alle stesse la di lui firma». In questo modo, l’ex sindaco di Roma avrebbe «indotto ripetutamente soggetti non individuati addetti alla segreteria a redigere atti pubblici attestanti fatti non veri e recanti la sua sottoscrizione apocrifa».

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