MAFIA E IMPRENDITORIA: PATTI DI RECIPROCO VANTAGGIO

“Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi.”  Giovanni Falcone, più di un ventennio fa, aveva già capito che mafia e politica, mafia e istituzioni, mafia e imprenditoria camminavano a braccetto e che sarebbe stato proprio questo il fattore che avrebbe reso difficile lo sradicamento della “mala pianta”, che sarebbe stato proprio questo l’accordo che lo avrebbe ammazzato. Il giudice Nino Di Matteo, uno dei magistrati più temuti dalla mafia per le sue indagini sulla Trattativa Stato-mafia quindi sulle stragi di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici e sull’omicidio di Antonino Saetta, fa del suo libro “Collusi” un vero raccoglitore di connivenze e sentenze storiche nascoste all’opinione pubblica. La mafia, nello specifico Cosa Nostra, prima di arrivare alla politica ha bisogno di passare dall’imprenditoria per reinvestire i proventi delle sue attività illecite: inutile spiegare i reciproci vantaggi. Nel suo libro, edito nel 2015, Di Matteo presenta come emblematica la vicenda che ha visto coinvolto l’ormai ex senatore Marcello Dell’Utri, attualmente recluso per concorso esterno in associazione mafiosa. La sentenza della Corte di Cassazione del 2014 individua nell’ex senatore un ottimo mediatore e garante del patto concluso e ampiamente rispettato tra Cosa Nostra e quindi Stefano Bontate dapprima e Riina poi e un importante volto politico italiano allora imprenditore. In cosa consisteva il patto? Il noto imprenditore offriva rilevanti somme di denaro in cambio della protezione di parte di Cosa Nostra palermitana. Ora, prescindendo dal nome, dal volto e dall’appartenenza politica dell’imprenditore citato nella sentenza, si vuole lasciare ad ognuno la possibilità di formulare considerazioni partendo dall’art. 54 della nostra Costituzione:”I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”. La domanda che sorge ad un qualunque cittadino onesto è uguale alla domanda del giudice Di Matteo:”Mi domando con quale onore possa averle esercitate chi ha stipulato patti di protezione con la mafia”. “Collusi” tratta di un altro fatto eclatante che ha mostrato anche un nuovo volto della mafia, nuovo, però, solo alle nostre conoscenze, accaduto a metà degli anni Novanta. Una grande impresa romana puntava a costruire un centro commerciale polifunzionale presso Villabate, comune vicino Palermo. I problemi, come fa notare nel libro Di Matteo erano due: il rapporto con gli organi amministrativi del comune e, più difficile da risolvere, la disponibilità giuridica di oltre centocinquanta piccoli proprietari della zona che dovevano acconsentire all’unanimità a vendere il loro terreno. Unica scorciatoia percorribile quando in ballo ci sono così tanti soldi è, senza dubbio, la mafia. Quindi la società romana opta di contattare qualche “manager” della famiglia mafiosa di Villabate, con il “prestigioso” incarico di “convincere” pubblica amministrazione e piccoli proprietari. Ricordiamoci, però, che la mafia non fa piaceri, la mafia fa ciò che può tornare utile alle sue casse e, ad ogni prestito o favore fa corrispondere interessi salatissimi. Dal centro commerciale di Villabate avrebbe guadagnato non solo economicamente, ma “avrebbe partecipato ai lavori di costruzione con ditte da lei nominate e poi, a cantiere ultimato, avrebbe beneficiato dell’assegnazione degli spazi commerciali e dell’assunzione di lavoratori indicati dagli uomini ‘d’onore’ di Villabate” (da Collusi). Questo non è per dire “com’è brava la mafia che fa assumere gente”, perché la gente che fa assumere, a sua volta, le deve altrettanti favori con quei già detti salatissimi interessi. E la mafia, non te la togli di dosso. La mafia toglie il lavoro agli onesti per dare ai disonesti, quando tutti lo capiremo riusciremo finalmente a ribellarci a questo sistema malato, a questi soldi sporchi di sangue. Il nuovo volto della mafia, di cui prima si accennava non è altro che uno schema in cui è l’imprenditoria che, di propria iniziativa, cerca la mafia. Una piovra che ha allungato e messo i suoi tentacoli ovunque, soprattutto negli apparati fondamentali dello Stato, non può essere debellata completamente finchè questo stesso Stato non avrà la forza di guardare davvero dentro di sé. Alla domanda “Ma chi glielo fa fare?”, Falcone rispose “Soltanto per spirito di servizio”. Nino Di Matteo, che ha ricevuto condanna a morte da Totò Riina in persona dal carcere, trae insegnamento dalla lucida spiegazione di Borsellino di cosa sia il coraggio e che lui rivisita così:”Essere coraggiosi non significa non aver paura, ma saperla superare con la consapevolezza di quanto sia più bello, più appagante, più importante continuare a fare il proprio dovere a testa alta senza farsi condizionare da nessuno. Nonostante tutto. Nonostante la paura, appunto.” D’altronde, rimanere in trincea è l’unico modo per riscattarci, per sdebitarci con uomini che hanno dato la vita per questa battaglia, dimostrare che, questi, non sono morti invano. “Vada avanti signor giudice”.

Federica Giovinco

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