L’esodo giovanile nel Belpaesino

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Il natale è una festa di famiglia, di persone cui vuoi bene. Una festa che per chi vive all’estero evoca nostalgia. Ma con la nostalgia, arriva anche la riflessione: la logica che sta alla base della fuga da una nave che sta affondando: il problema di cui parliamo è l’esodo giovanile.

Bisignano purtroppo non è un’eccezione. Anche se qui una piccola comunità di giovani sembra fare da scudo all’idea che non ci sono che pensionati in Calabria e al Sud in generale, non è esente da un vero e proprio esodo verso posti lontani, prima meta fra tutte la Germania.

 

Io stesso sono emigrato, ho lasciato il mio passato alle spalle, amici e parenti, una socialità costruita con sudore e fatica, pur di costruirmi un futuro. Prima che venga additato come l’untore della peste, voglio dare qualche dato: a detta del Sole24Ore, nel Novembre del 2021, siamo quasi a mezzo milione di espatriati negli ultimi dieci anni. Ma non è un’emigrazione paragonabile a quella dei nostri nonni (forse, però, meno distruttiva): i soldi non tornano giù, non si costruiscono fortune in grado di mantenere tre generazioni di dilapidazione del Boom economico degli anni ‘80. No, la gente se ne va per non tornare: sempre dal Sole24Ore apprendiamo che oltre un terzo afferma di non voler tornare. E non ce ne possiamo certo meravigliare. I dati Istat del 2021 confermano che a 5 anni dall’espatrio, i giovani all’estero guadagnano il 61% in più rispetto a un loro connazionale rimasto in Italia a pari titolo di studio.

In una clip del film “La meglio gioventù” di M.T. Giordana (2003), divenuta virale sui canali social, il protagonista si accinge nel 1966 a completare gli studi e, durante il suo discorso di laurea, il professore gli si rivolge con un’acuta onestà che nessuno della nostra generazione è abituato a sentire: gli consiglia di andare via, poiché l’Italia è un paese bello, ma inutile. Destinato a morire. E si badi qui, non a essere distrutto, in Italia tutto rimane com’è, incapace di ricostruire, ma in mano ai dinosauri, immobile e sempre uguale. Ed è l’aria che si respira passeggiando per i vicoli del nostro Belpaesino. Chiunque riesca a rimanere è perché è figlio di qualcuno: il papà medico che ti trova il posto all’ASL, o magari il posto in un ente pubblico, ormai un comico luogo comune, su cui amano scherzare persino all’estero, occupato da sessant’anni dalla stessa persona, o infine ti “accontenti” di scendere a patti coi Padroni delle poche imprese locali. Quelli che “devi fare la gavetta” e “non posso pagarti più di 200 euro al mese” ma nella speranza di una sistemazione migliori lavori più di 12 ore al giorno per 6 giorni che altrimenti perdi persino quelli.

E badate, Signori e Signore, non mi va di offendere nessuno: sono tutte esperienze vissute in prima persona che senza occhiali magici dell’orgoglio nazionale vedrete anche voi. E non sono un nemico dell’Impresa, mi è ben chiaro che il peso fiscale in Italia è tra il più alto in Europa, con un picco massimo del 74% degli introiti. Ma quali sono le soluzioni? Leopardi parlava della catena sociale: siamo tutti nella stessa barca e la guerra tra poveri non porta soluzioni. Non si cambia un paese, grande o piccolo, puntando dita e sfruttando il pesce più piccolo. Né distruggendo tutto, non sempre.

Bisognerebbe cambiare mentalità, bisognerebbe cominciare a remare nella direzione contraria: se si guardano solo le leggi, l’Italia è tra i paesi più progrediti del mondo, sia in fatto di sviluppo sostenibile che in fatto di tutela sociale, leggi che però sono percepiti lontani, ingiusti. Senza motivo: si conoscerà di certo la situazione, banale e emblematica, delle strisce pedonali. Non ho visto, in tutta la mia vita, un italiano passare sulle strisce pedonali.

Si preferisce passare oltre, cinque o sei metri, pur di non piegarsi alla striscia pedonale; al pari gli automobilisti le ignorano come se fossero macchie sul manto stradale. Bei disegnini. Un fatto inimmaginabile all’estero: in Germania rischi di essere messo sotto (e non sto esagerando, lo dico per esperienza diretta) se non hai la precedenza. Persino da pedone: se non sfrutti le strisce pedonali, non c’è nessuno che ti giustifica. Perché le regole esistono per essere rispettate. Ecco forse la pustola pestifera che ci portiamo dietro, ecco il problema dell’Italia, della Calabria, di Bisignano. Una negazione della realtà che giustifica questi comportamenti, questo nepotismo sfrenato, misto a corruzione, concussione e una degradante anarchia, morale e civile, porta quindi a lasciare una manciata, poche decine di giovani fortunati, a stare nei bar di paese a sperperare la fortuna che hanno avuto perché incapaci di poter progredire in un mondo fossilizzato. E chi di questa fortuna non gode, fugge “[…] e in paese non tornano più. In paese ci restano invece gli scarti, coloro che non sanno far nulla, i difettosi nel corpo, gli inetti, gli oziosi: la noia e l’avidità li rendono malvagi” disse Carlo Levi, innescando un circolo vizioso da cui da secoli non c’è via d’uscita.

Alfredo Arturi