La quadra di una squola a soqquadro

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A E I O U /ciuccio a bbestia chi si ttu/ cumu a tia ‘un cci nni su’ cchiù!

Il 5, il 7 in condotta, il 2 che fa media e tutt’un quarantotto. Mamma chioccia, della penna rossa la maestrina una e trina. Dei libri il pre-testo e l’esborso familiare. Gli esami e le riparazioni. Il voto, il giudizio, il crocifisso e l’ex-voto. Il monito, la nota, le dolenti note. L’uguaglianza invalsa e l’artificio (doz)zinale ammucciatutto. La voglia o la soglia delle (dis)attenzioni. La privacy e le somme algebriche a fine anno. Gli insegnanti terroni, del sud, del nord, al centro, ex cathedra, alla gogna di genitori fieri della propria cova, prosaicamente in mutande, assennati a propinarti la bella favoletta: homines dum docent discunt (gli uomini mentre insegnano imparano). In un trentennale stillicidio, di ministro in ministro (last, but not least l’on. Maria Stella Gelmini) il pre-giudizio e assolutoria/dissolutoria la minestra sempiterna. Di riforma in (contro-) riforma il desiderio e la speme dell’ineluttabile reset, vagheggiando, armeggiando, concionando delle infinite possibilità, comunque declinabili, nell’inevitabile risultato che della cultura sia fatale farne solo strame: culturame, ça va sans dire! Perfetti ed imbelli sudditi-elettori, concorrenti ideali del quiz pre-serale, della passerella cul(tura) e vento, del call-center, della vodafone-tim-wind– …-tribù. E, nello stringersi a coorte, perché allevati alla morte come polli in batteria, tutti in cor ad intonar: “Mi piace il metal e l’ r’n’b. Ho scaricato tonnellate di filmati porno. Vado in chiesa e faccio sport. Prendo pastiglie che contengono paroxetina. Io non voglio crescere. Andate a farvi fottere (Charlie fa surf, Baustelle).”

In piena età di esternalizzazione (out-sourcing?) del sapere (know how?) — fuori dai banchi e dalle palle! ….Ma inevitabilmente sopra i ceci dietro la lavagna. — la scuola s’è fatta azienda, elargendo crediti, rimettendo debiti, vantando giacenze d’elette schiere e d’avanzo progetti di docenti-discenti-semprepiùindecenti. In piena crisi di rispettabilità, incensurabili dirigenti scolastici ad appuntarsi con invidiabile customer satisfaction (in una piena logica di customer relationship management in cui non s’ignora chi sia il cliente da ingraziarsi) inossidabili patacche al petto d’una corroborata (in)influenza politica, sociale, precipuamente aziendale. Scontato, quindi, chiedersi se la scuola debba intendersi come un’istituzione spendibile sul mercato, enclave periferico o pollaio germ-free, l’inter-net-point per l’ingresso in società o qualcos’altro d’ancora più (s)conveniente. E, ancora, se debbano essere le amministrazioni a servizio della scuola oppure la scuola a servizio delle amministrazioni e dei suoi rappresenta(n)ti. Il processo d’autonomia (qualcuno vaneggia addirittura di fare delle scuole delle fondazioni) ed il conseguente e inarrestabile processo di manageralizzazione dei suoi dirigenti, ne sta facendo emergere il ruolo politico-partitico sempre più rilevante. Ruolo condizionabile, emendabile, barattabile. Alla stessa stregua di quando è già successo con le aziende sanitarie e la sanità tout court. Soprattutto nelle nostre contrade, nelle quali la dimensione familistico-clientelare e le ingenti risorse in ballo hanno fatto della (in)sanità regionale il perno e le fondamenta intorno e per le quali annaspa la politica e il suo indotto. Il processo di aziendalizzazione della scuola sembra andare proprio in questa direzione, proponendosi di raggiungere il massimo controllo possibile sul reclutamento dei docenti e sull’apprendimento “agile” e “inquadrato” dei discenti, e conseguendo, come per incanto, il risultato di svuotare la scuola pubblica a tutto vantaggio di quella privata. Svuotamento che parte da lontano e che sta già elargendo i suoi frutti. Da un canto si rincorrono gli andamenti della spesa pubblica in una logica miope (o di sussidiarietà) che non guarda al di là della contingenza dell’hic et nunc, e dall’altro assecondando i desiderata della pieve, della CEI, delle encicliche papali. Non voglio impelagarmi affatto sulla vexata quaestio dell’ora di religione o peggio sull’altrettanto nota faccenda del crocifisso, né tanto meno sulla triade Dio-patria-famiglia cara alla destra di governo e allo stato pontificio, e che non disdegna, per inciso, neppure la sinistra sia pure estrema. Tralascio pure tutte le statistiche e percentuali, nazionali e internazionali (pure quella dell’Ocse), che sulle pagine dei giornali divulgano i magri risultati dell’apprendimento (dall’incapacità nella lettura alla miseria delle conoscenze scientifiche), così da consegnarci il quadro d’un analfabetismo scolastico dilagante, prodromo e completamento dell’analfabetismo di ritorno sensibilmente diffuso sul suolo italico. “Signorina Maccabei/ venga fuori dica lei/ dove sono i Pirenei/ professore io non lo so lo dica lei/ E sentiamo Mancinelli/ il mio re degli asinelli/ dove sono i Dardanelli/ professore io non lo so lo dica lei… (La classe degli asini, Natalino Otto)” Tralascio pure gli episodi di bullismo che allarmano i tromboni dei giornali (pronti a cavarsela con l’abusata chiosa: …o tempora o mores!), rattristano pedagoghi e precettori, e avviliscono i genitori incerti su a chi e perché spetti educare, sottovalutando il bisogno elementare d’andare a scuola, se non altro, per imparare. Le cose che voglio sottolineare riguardano l’approvvigionamento dei fondi, in quella chiave di autonomia di cui sopra, lasciati alla libera iniziativa di dirigenti intenti alla ricerca di sponsor ed iscritti, attrattive in-numeri e variopinte. Col risultato, magari, di ritrovarsi uno spaccio McDonald’s o un distributore di merendine Mulino Bianco in corridoio, d’essere più indulgenti (o di maniche larghe) nelle valutazioni, di perdersi dietro ingranaggi e miraggi. Insomma d’andare in tutt’altra direzione del merito e della serietà che non si smette di predicare. Altro problema da non sottovalutare è la repressione di certe intemperanze (comportamenti eccessivi, disattenzioni, distrazioni… ) di scolari e studenti. Non si vorrebbe che si seguissero le vie più spicce, come avviene regolarmente in certi sistemi scolastici stranieri, accodandosi alle trovate di nuovi disturbi e/o patologie (come ad es. l’ADHD o “deficit d’attenzione iperattivo”) e ricorrendo alla facile somministrazione di farmaci per indurre agevolmente all’ubbidienza e alla sottomissione. L’industria farmaceutica ne sarebbe assai grata e altri sponsor farebbero la fila negli a(n)tri delle scuole del nuovo millennio. Non si vorrebbe assistere, altresì, a quelle tristi cerimonie d’inaugurazione dell’anno scolastico con sindaci e assessori pettoruti, lardellati dalle loro fasce (Gibaud?), con presidi camerier serventi, e innocenti faccine (emoticon?) che sembrano suggerirti con uno smile: non vitae, sed scholae discimus (Non impariamo per la vita ma per la scuola). Nell’intanto, in un fottìo di tricolori, il rito stanco dell’alzabandiera, mentre, con enfasi paradossale, d’impeto a levarsi un sol coro: “Stringiamoci a coorte,/ siam pronti alla morte./ Siam pronti alla morte,/ l’Italia chiamò.” Neanche si fosse alla finale mondiale d’una partita di pallone, in cui per (s)ventura gioca pure la nazionale!

il chiuR.Lo.