Il capo dei vigili che vive in roulotte “Qui la terra trema di continuo e io di notte ho bisogno di dormire”

LAINO CASTELLO (Cosenza) — Non ci sono le colonne di automezzi di Protezione civile ed esercito che portano tende e roulotte. A Mormanno, Rotonda, Laino Castello e Laino Borgo, il quadrilatero dell’epicentro, l’atmosfera non è quella che si respirava in Emilia o prima ancora all’Aquila o a San Giuliano di Puglia o in Umbria, fino all’Irpinia e al Friuli. Un terremoto che non ammazza direttamente nessuno e non sbriciola le case, in un Paese come il nostro, abituato ad associare ogni sisma a decine di vittime, può sembrare quasi un evento minore. Certo, rispetto a quelli che hanno fatto stragi lo è. Ma qui c’è una particolarità che non ha precedenti, nemmeno all’Aquila, nemmeno in Umbria: oltre settemila scosse in meno di due anni, uno sciame infinito che ha reso esausta una intera comunità. Uomini e donne e ragazzi e anziani che vivono alzando continuamente gli occhi verso un lampadario per vedere non se oscilla, ma quanto oscilla, e tendono l’orecchio a ogni scricchiolio, e vanno a dormire ogni sera ma riposano davvero solo una notte ogni tanto, quando sono sfiniti da tutte le altre passate ad aver paura che accada quello che è accaduto l’altra notte. È così per tutti, a Mormanno, a Rotonda, a Laino Borgo. A Laino Castello no.

Lì c’è un signore che da un anno dorme benissimo, e che ha dormito pure l’altra notte, anche se certamente si è svegliato come tutti, ma lui poi ha ripreso sonno, gli altri no. Questo signore si chiama Piero De Franco, e di mestiere fa il comandante della polizia municipale del suo paese. Un paese fatto tutto di villette costruite di recente (il centro storico fu evacuato dopo un altro terremoto, nel 1998, e ora è disabitato). Ogni villetta ha un giardino e pure quella di Piero ce l’ha. Solo che le altre nel giardino hanno i gazebo, i barbecue, qualcuna il forno per le pizze. Il comandante De Franco invece nel giardino ci ha messo una roulotte. L’ha presa a noleggio un anno fa, e da allora è diventata la camera da letto dove lui e sua moglie si ritirano ogni sera quando è ora di andare a dormire. «I primi tempi non ci andavamo sempre, qualche volta ci facevamo coraggio e rimanevamo in casa anche per la notte, ma poi ritirarci lì è diventato sempre più frequente. E da tre mesi non abbiamo saltato una sera». Pierino lo sa che in paese qualcuno ci scherzava su questa sua decisione. Dicevano che c’entra il fatto che i De Franco sono testimoni di Geova e quelli pensano di essere un po’ speciali, di doversi salvare per salvare il mondo. Non gliene è mai importato più di tanto: «Sfottò di paese», dice, e fa così con le spalle. E anche se ora potrebbe, non si prende rivincite. È un brav’uomo il comandante, e non gli viene proprio di sfottere qualche compaesano dopo che la terra ha tremato a quel modo. Anche perché questa sua storia della roulotte è una storia serissima, emblematica di dove può arrivare l’esasperazione quando sotto i piedi la terra sobbalza di continuo. «Certo che dormire in roulotte non è il massimo, insomma non è agevole come starsene in camera da letto.

Il bagno, per esempio, non ce l’hai nella stanza accanto, e se di notte ti svegli e vuoi bere, o ti sei ricordato di portarti la bottiglia d’acqua, oppure devi andare in casa passando per il giardino. E in inverno non è piacevole camminare in pigiama e pantofole all’aperto in piena notte». E pure dentro la temperatura non è mai quella di una casa con il camino e i termosifoni. «Qualche coperta in più e una stufetta accesa per tempo e si rimedia. Bisogna avere delle priorità, e la mia è di riposare. Di giorno si lavora e non poco, la notte non si può stare svegli ad aspettare il terremoto». Infatti lui e sua moglie l’altra notte dormivano profondamente. «Però ci siamo svegliati, perché la roulotte ha cominciato a ballare come una barca. Mi sono alzato e sono andato fuori per rendermi conto della situazione. Ho fatto il giro del vicinato, poi sono andato a casa di mia sorella a vedere come stavano. Per la verità ho anche spostato la macchina per metterla in modo da poter partire velocemente nel caso fosse stato necessario allontanarci. Ma alla fine ho deciso di tornare a letto. E mi sono pure riaddormentato».

Fulvio Bufi
Fonte: Corriere.it 

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