CARO ESTORTORE, SONO LIBERO!

« Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui. »
(Libero Grassi, Caro estortore, Giornale di Sicilia, 10 gennaio 1991)

Libero, di nome e di fatto, imprenditore catanese classe ’24, che per la prima volta, in una Sicilia oppressa dalla mafia, disse NO e denunciò l’estorsione, il pizzo, il racket. Libero Grassi denuncia alla polizia i fratelli Avitabile per l’estorsione e con grande forza mediatica incita i colleghi a comportarsi nello stesso modo. Rinuncia ad una scorta personale, probabilmente con l’illusione che la gente, i sindacati, gli altri imprenditori avrebbero fatto da scudo, non lasciandolo solo, perché si sa: “si muore generalmente quando si è soli”. Un’illusione, appunto. La stessa Sicindustria, che sulla carta avrebbe lo scopo di tutelare e rappresentare le industrie, gli volta le spalle. Libero Grassi ammette che l’unico sostegno, a parte le forze di polizia, l’ha avuto da Confesercenti, un’associazione di categoria che rappresenta piccole e medie imprese. E i giudici? Meglio non parlarne, anzi, diciamolo che il “retto” giudice catanese Luigi Russo decise che non era reato pagare la “protezione” ai boss mafiosi. “Retto” e “competente” questo giudice, che dimentica uno degli articoli più rilevanti del codice penale, l’art. 629 c.p. che condanna “chiunque mediante violenza o minaccia costringendo taluno a fare od omettere qualche cosa procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno” e punisce, dunque, l’estorsione con multa e reclusione da 5 a 10 anni o da 6 a 20 anni se ricorre taluna delle circostanze presenti nell’art. 628 c.p. sulla rapina. La lucida riflessione di Grassi sul Giornale di Sicilia è spunto per un’altra riflessione: siamo sicuri che un esercizio protetto dai boss dietro salato corrispettivo abbia vita lunga? Queste cose funzionano come le formiche: all’inizio se ne vede una, massimo due, basta voltarsi un attimo e se ne ritrovano mille. Come fa un piccolo imprenditore che guadagna (ad esempio) 1000 euro al mese pagarne 2000? Ed a venire comunque malmenato e minacciato se osa ritardare il pagamento? In termini di pazzia, probabilmente, o sicuramente, lo è di più colui che paga. Diceva Libero Grassi: “Non sono pazzo. Non mi piace pagare. Perché la rinunzia è una rinunzia alla mia dignità di imprenditore, io [così facendo] divido le mie scelte col mafioso”. Libero Grassi è morto ammazzato per mano di Cosa Nostra con quattro colpi di pistola mentre si reca a lavoro: era il 29 agosto 1991, l’orologio segnava le 7.30 ed un uomo, con la sua morte, aveva vinto. Nel ’93 venne arrestato il killer Salvatore Madonia insieme al suo autista, condannato al regime del 41-bis e a fargli compagnia, l’intera cupola di Cosa Nostra con sentenza del 2008. Molti imprenditori denunciarono e denunciano, in nome della loro dignità, dell’onestà e di Libero Grassi. Effimero è tutto ciò che promette la mafia, eterno è il profumo di libertà: VIVERE ONESTAMENTE NON E’ INUTILE!

Federica Giovinco

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