Il mio impegno politico cominciò a Bisignano nei primi anni Settanta, quando ero poco più che un ragazzo. Furono anni intensi, vissuti con la passione e l’entusiasmo che solo la giovinezza sa dare. Non era una passione nata per caso, ma il frutto di esperienze, incontri e valori che hanno lasciato un segno profondo nella mia vita.
La decisione di costituire la sezione giovanile della FGCI nacque quasi per reazione. Frequentavamo l’oratorio della parrocchia di San Francesco, dove don Giuseppe Villella aveva saputo raccogliere attorno a sé un gruppo numeroso di giovani. A un certo punto, però, per alcune incomprensioni decidemmo che avevamo bisogno di uno spazio nostro, dove poter discutere liberamente, confrontarci e costruire un percorso fondato sulle nostre convinzioni. Così, insieme ad altri ragazzi, decidemmo di dare vita alla sezione giovanile comunista di Bisignano, intitolata “Stella Rossa” e allocata in una piccola stanza sopra il vecchio mulino della famiglia Amodio. Non fu un gesto di contrapposizione verso qualcuno, ma l’affermazione del nostro desiderio di partecipare alla vita della comunità con idee, entusiasmo e spirito critico.
Entrare nella FGCI significò trovare una seconda famiglia. La sezione era un luogo di formazione umana prima ancora che politica. Vi incontravo operai, contadini, artigiani, persone che conoscevano il sacrificio del lavoro e che parlavano poco, ma insegnavano molto. Non erano uomini che facevano politica per mestiere erano uomini che vivevano la politica come naturale prosecuzione della loro vita quotidiana.
Ricordo ancora un episodio che non ho mai dimenticato. Un giorno alcuni di loro, quasi volessero mettermi alla prova, mi chiesero quanto costassero il pane e gli altri beni essenziali. Rimasi in silenzio perché non lo sapevo. Sorrisero e, con grande semplicità, mi dissero: «Se vuoi fare politica devi conoscere prima la vita della gente». Non c’era rimprovero nelle loro parole, ma una lezione di straordinaria profondità. Mi fecero capire che non si possono difendere i diritti dei lavoratori senza conoscere le difficoltà concrete delle famiglie, il peso del salario, il valore delle piccole cose.
Anche in casa respiravo gli stessi valori. Mio padre era emigrato in Germania, come tanti uomini del nostro Mezzogiorno costretti a cercare lavoro lontano dalla propria terra. L’emigrazione era una scelta dolorosa, fatta di sacrifici, nostalgia e lontananza dalla famiglia. Eppure, quando arrivava il tempo delle elezioni, affrontava il lungo viaggio di ritorno per votare. Non avrebbe rinunciato a quel diritto per nessuna ragione. Per lui il voto era una conquista della democrazia, un dovere morale, il modo più concreto per partecipare alla vita del Paese.
Mi ripeteva spesso una frase che ancora oggi porto nel cuore: «Ovunque andrai, se avrai bisogno, entra in una sezione del PCI e dì che sei un compagno. Troverai sempre qualcuno disposto ad aiutarti». In quelle parole c’era il significato più autentico del senso di appartenenza. Non un’appartenenza chiusa o ideologica, ma una comunità fondata sulla solidarietà, sul rispetto reciproco e sulla fiducia.
Noi ragazzi vivevamo la politica con una convinzione assoluta. A quindici o sedici anni ci alzavamo presto per distribuire volantini, organizzare assemblee nelle numerose contrade di Bisignano e discutere nella piazza del Viale Roma che era il luogo di incontro di tutti gli abitanti.
Eravamo sinceramente convinti che anche il nostro piccolo contributo potesse cambiare qualcosa. Seguivamo con passione ciò che accadeva nel mondo. La guerra in Vietnam ci indignava profondamente e ci sembrava che ogni volantino distribuito, ogni manifestazione, ogni discussione potesse essere un tassello nella costruzione della pace.
La domenica, mentre molti nostri coetanei andavano al mare o trascorrevano il tempo libero in altro modo, noi ci ritrovavamo nelle piazze di Bisignano a vendere l’Unità. Non lo facevamo per obbligo. Lo facevamo perché credevamo davvero che l’informazione fosse uno strumento di emancipazione e che ogni copia venduta rappresentasse un’occasione per dialogare con qualcuno, per convincere, per seminare idee.
Oggi, guardando quegli anni con gli occhi dell’età matura, riconosco che c’era anche molta ingenuità. Pensavamo davvero che il mondo potesse cambiare rapidamente e che ciascuno di noi, con il proprio impegno, potesse contribuire a renderlo più giusto. Forse eravamo ingenui, ma non eravamo superficiali. Eravamo animati da ideali forti, da un profondo senso della giustizia sociale e dalla convinzione che la politica fosse innanzitutto servizio alla comunità.
Di quegli anni porto con me soprattutto gli insegnamenti ricevuti dalle persone semplici: gli operai che mi insegnarono a partire dalla realtà concreta, mio padre che mi mostrò il valore della partecipazione democratica con il suo esempio e tutti quei compagni con cui condivisi sogni, speranze e battaglie.
La FGCI non fu soltanto il luogo della mia formazione politica.
Fu la scuola della mia vita. È lì che imparai che la politica, quando è vissuta con onestà e passione, non consiste nell’esercizio del potere, ma nell’impegno quotidiano per migliorare la condizione degli altri. Ed è una lezione che il tempo non ha cancellato.
Rosalbino Turco


