Il coraggio della parola

Nella mattinata del 19 Novembre presso il Salone delle feste del comune di Polistena (Rc) si è svolto il quindicesimo incontro della stagione dell’antimafia, manifestazione che a partire dal 2010 ha cercato di indirizzare giovani e meno giovani in una direzione di legalità e lotta contro ogni tipo di mafia.

L’incontro pubblico con gli studenti dal titolo “I Media, le istituzioni, il codice etico: un comune impegno nella lotta alla Ndrangheta” nasce proprio dall’esigenza di infondere nelle giovani generazioni il seme della resistenza e della speranza. Come affermato dal Sindaco Michele Tripodi, bisogna conoscere il nemico per poterlo affrontare. Oltre alle istituzioni e agli enti locali, è necessario un intervento concreto da parte delle scuole, luogo nel quale devono formarsi i futuri cittadini di una Società che ci auguriamo migliore della nostra.

L’impegno civile, quindi, non si deve ridurre alla convivenza con la mafia ma bensì con una lotta concreta ad essa e un primo passo è quello di inserire in ogni programma comunale la lotta a tutte le mafie. Solamente vincendo questa battaglia si può realmente far partire il cambiamento.

Il Sindaco ci invita a non stare nel mezzo ma a schierarci, lasciando perdere quelle sirene di illegalità che purtroppo attirano oggi molti giovani. Bisogna però muovere una forte accuse nei confronti della Stato, che troppe volte lascia sole le persone che hanno deciso di ribellarsi alle pratiche mafiose.

Un esempio di ciò è Michele Inserra, giornalista de “Il Quotidiano della Calabria”, che ha incontrato diverse difficoltà nei rapporti con la politica regionale proprio “a causa” del suo essere una persona corretta e senza peli sulla lingua. Il giornalista campano ha ricevuto diverse querele da personaggi legati al mondo dell’illegalità, ma proprio per questo motivo cammina a testa alta, consapevole che non ha mai tenuto nessun rapporto di favore con questi individui. Dalla manifestazione odierna parte anche una forte accusa nei confronti dell’Ordine dei giornalisti, colpevole di aver lasciato un suo giornalista senza alcuna difesa.

Inserra ci invita quindi a denunciare (“un atto di responsabilità grandissimo”) e in noi parte una giusta riflessione: bisogna aiutare tutti i giornalisti che si ritrovano in una situazione del genere. Non è possibile che chi compie onestamente il suo lavoro viene danneggiato favorendo invece chi non rispetta in alcun modo il codice professionale.

Secondo ospite di giornata è Tiberio Bentivoglio, imprenditore che più di vent’anni fa denunciò coloro che gli chiesero di pagare il pizzo, ricevendo in cambio soltanto intimidazioni e nessun sostegno da parte dello Stato. Il suo intervento parte con un invito, quello di avere “il coraggio della parola”, il coraggio di raccontare le cose senza pensare all’importanza della persona di cui si parla, raccontando sempre la verità. Lui non ritiene di essere un Testimone di Giustizia, ma bensì un Testimone di Verità, parola oggi sempre più in estinzione nei modi di fare quotidiani della collettività.

La storia di Tiberio Bentivoglio dura da ventidue anni, periodo in cui svolgeva l’attività di imprenditore nel reggino. In quel periodo erano appena terminate le guerre di Ndrangheta e una delle prime conseguenze di ciò fu la comparsa del Pizzo. Questa triste richiesta fu posta anche a lui nell’Aprile 1992 ma la sua risposta fu “no”. Questo gesto, insieme alla denuncia, fu per lui come diventare un uomo dello Stato, una vera vittoria contro il male. In realtà, però, quella scelta gli rovinerà la vita perchè gli farà perdere tutto: la libertà fisica, il lavoro e adesso anche la casa, probabilmente pignorata nei prossimi tempi a causa dei debiti determinati dalla difficile situazione economica post-denuncia. Due dati bastano per capire la situazione in cui si è andato a trovare dopo essersi costituito Parte civile: ha impiegato sette mesi per trovare un avvocato che lo difendesse e la sua attività ha subito un drastico calo di clienti, impauriti o disgustati da un uomo che ha fatto semplicemente il suo dovere da cittadino.

Anche in Tribunale, durante il processo, ha vissuto momenti di sconforto, ritrovandosi con la moglie soli in aula a differenza dei mafiosi che lo irridevano in gruppo. Denunciare diventa così difficile proprio per colpa dello Stato che fa finta di combattere le mafie, lasciando soli chi dovrebbe essere invece elogiato e premiato.

La responsabilità in questa sconfitta morale è di tutti: troppo spesso ci voltiamo dall’altra parte affermando che “non è una cosa che ci riguarda”. Lo Stato non ha compreso il suo bisogno di aiuto nemmeno quando la sua fabbrica è stata incendiata e mandandogli soltanto dopo quattro anni un piccolo sostegno economico. Così lo Stato che dovrebbe tutelarci sta invece mandando in una strada il signor Bentivoglio e la sua famiglia.

Che senso ha allora questa lotta se non si aiuta chi della Ndrangheta è una vittima? Straziante è il racconto dei momenti passati durante questi ventidue anni, soprattutto ricordando quando ad un anno dalla sentenza di Primo grado ricevette diversi colpi di pistola che quasi lo uccisero se non ci fosse stato un marsupio di cuio a bloccare un proiettile diretto alla schiena.

La Ndrangheta ci distrugge con l’isolamento e togliergli la casa è la sua ennesima vittoria. Da Bentivoglio parte quindi un invito ai tanti ragazzi presenti in sala: “arrabbiatevi e abbiate sete di verità e di giustizia. Solamente uniti combatteremo la mafia”.

L’intervento conclusivo che precede gli interventi dei ragazzi spetta a Pierpaolo Romani, coordinatore di Avviso Pubblico, associazione che mette in rete amministratori locali facendo della lotta alla Ndrangheta l’obiettivo principale. Egli ritiene basilare la costruzione di questa rete perchè permetterà ai Testimoni di Giustizia e a tutti quanti si impegnano in questa lotta a non sentirsi soli. E’ importante capire che la cattiva politica non è tutta la politica, ma che bensì la cattiva politica è figlia della cattiva cittadinanza. Nelle scuole bisogna insegnare a far bene le cose perchè solo così facendo si può aiutare qualcuno a far riconoscere i propri diritti.

Se la mafia esiste ancora oggi la responsabilità è, a suo parere, di tanta gente a cui ciò sta bene. E’ innanzitutto la nostra mafiosità quotidiana a favorire la Ndrangheta. La scuola quindi ha un ruolo fondamentale in questa lotta, come affermato in una celebre frase di Antonino Caponetto:

Le mafie temono di più la scuola che lo Stato e la Magistratura”

Passa dalla formazione delle giovani generazioni la creazione di una nuova Società dove l’illegalità sia un’utopia non più praticabile. I nuovi Media ci permettono di fare rete in questa lotta e ci fanno quotidianamente giungere esempi di impegno civico e sociale in questa direzione.

Se vogliamo riscattare la nostra Regione bisogna partire da qui: diamo un colpo di spugna ai pregiudizi di una Calabria omertosa e chinata, dimostrando a tutti che la nostra Regione è ricca di gente onesta che ha voglia di fare.

Come affermava Plutarco “i giovani non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere”, nel senso che l’indottrinamento vuoto che troppo spesso troviamo tra i banchi di scuola non serve a nulla se non stimola nei ragazzi l’impegno quotidiano a migliorare la propria Società. Bisogna riportare a scuola l’ I CARE di don Lorenzo Milani e della sua educazione popolare a Barbiana. Solamente interessandoci di ciò che circonda partirà la rivoluzione delle menti in questa nostra bellissima terra. E’ necessario però che questo cambiamento tra i giovani avvenga sin da subito perchè, come affermava Italo Calabrò, “solo camminando si apre cammino”.

Armando Zavaglia

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