Riflessioni dal libro “Le ‘ndranghetiste dell’est” di Arcangelo Badolati

“Per il resto la donna ha paura, è vile davanti al ferro e alla lotta. Ma quando è minacciato il suo letto, non c’è anima più sanguinaria.” Con questo prezioso spunto letterario della Medea di Euripide, il giornalista caposervizio della “Gazzetta del Sud” e dott. in giurisprudenza, Arcangelo Badolati, introduce i lettori appassionati in un mondo ancora inesplorato dalla saggistica e non conosciuto dal senso comune: il ruolo delle donne ed in particolare delle donne dell’est europeo nella ‘ndrangheta, da cui il titolo “Le ‘ndranghetiste dell’est”. Oltre a delineare i tratti comuni e differenti della donna ‘ndranghetista calabrese e della donna ‘ndranghetista slava(ad esempio), Badolati offre la possibilità, alla gente, di liberarsi della ormai radicata convinzione di una mafia onorabile ed elegante che protegge le fasce più deboli quali donne e bambini ed aiuta la povera gente contro il malvagio Stato; di liberarsi del mito del tanto famigerato “codice della mafia”, una sorta di Costituzione o di Tavole di Mosè, in cui si sanciscono diritti (pochi, rari, inesistenti) e doveri (tanti, tantissimi, esasperati). L’autore non pretende di sradicare queste convinzioni con teorie e favole bensì con esempi concreti di storie vere documentate in sentenze, verbali, intercettazioni, modus operandi tipico anche del procuratore Gratteri, seduto intorno al tavolino di Villa Rendano a Cosenza per la presentazione di tale libro avvenuta qualche giorno fa, modus proprio di chi, prima di parlare, in questo caso scrivere, preferisce ben documentarsi. In Calabria, questa bella e dannata terra, si è sempre preferita la giustizia “fai da te” a quella dello Stato e non per una deformazione dell’ultima regione dello stivale né troppo per l’assenza di una entità statale vigile e comprensiva delle problematiche interne, ma per un cancro chiamato mafia che impedisce alle imprese di lavorare, allo Stato di finanziare correttamente, ai giovani di restare per creare. La mafia non è una conseguenza del cattivo funzionamento dello Stato, il cattivo funzionamento dello Stato è la conseguenza della mafia. Badolati scrive:” Gli ‘sbirri’ […] sono lo Stato che c’è ma non c’è, che non garantisce giustizia e non offre ricchezza”. Certo, gli “sbirri” non passano ogni mese a riscuotere le “tasse aggiuntive”, li si vede poco; certo, gli “sbirri” non prestano soldi, non fanno regali, non fanno da sponsor a nessuna attività commerciale. Gli “sbirri”, però, non massacrano i lavoratori, non fanno spregi a chi non li soddisfa; gli “sbirri” non riscuotono il credito con salatissimi interessi. Davvero crediamo in una mafia benefattrice? Davvero crediamo in una mafia “Robin Hood” che ruba ai ricchi per dare ai poveri? «Paga il pizzo, altrimenti bruciamo i tuoi mezzi…» Questa è beneficienza? “Ma la mafia non tocca donne e bambini, lo dice il codice d’onore”. Di seguito alcuni, solo alcuni, degli esempi citati dal dott. Badolati nel suo libro. Nel 1981 sparisce un’intera famiglia composta da padre, madre e tre figli di 17, 16 e 5 anni, i loro corpi non sono mai stati ritrovati perché dati in pasto ai maiali. Dalla provincia di Foggia, spostiamoci in Pakistan, giusto perché la mafia è un fatto solo italiano, nel quale due tribù iniziarono una faida per l’uccisione di un cane: finì con 19 morti, tra cui 5 donne. Possiamo parlare di Maria Chindamo di Limbadi, scomparsa nel 2016, di Maria e Natalina Stillitano (22 e 21 anni) e della nipotina quindicenne della Piana di Gioia Tauro, massacrate nella loro abitazione. Ancora, nel 2014 a Cassano viene posta la parola fine alla vita di Betty, amante di Giuseppe Iannicelli, nonno del piccolo Nicola Campolongo di 3 anni, tutti e tre sterminati a colpi di pistola in testa e poi dati alle fiamme. Cocò ha visto morire i due e poi è stato sparato a sua volta: doppia, tripla, quadrupla agonia per il piccolo. A Sant’Eufemia d’Aspromonte nel ’65 vengono squarciati a colpi di lupara, una donna ed i suoi quattro figlioletti: la più piccola, Carmelina, aveva sei mesi! Ma quale onore? Sono troppe le vittime innocenti di mafia, donne e bambini, vittime di vendette senza alcun onore. Arcangelo Badolati racconta diverse posizioni della donna nella ‘ndrangheta: la donna vittima, la donna orgogliosa e sprono alla vendetta dei mariti, la donna ‘ndranghetista dell’est. La polacca Edyta Kopaczynska, moglie del padrino di Cosenza Michele Bruni, conduce una vita da regina, rispettata e ascoltata da tutta la manovalanza e non solo, temuta e rispettata anche dall’altra “gente importante”. In seguito all’uccisione del marito e del cognato Luca, la donna inizia a collaborare con la giustizia, svelando tutti i segreti della famiglia Bruni, perché nessuno più la proteggeva. Questa è la conferma del valore del legame di sangue, del valore di una ‘ndranghetista “nostrana”, “made in Italy”, che non tradisce ma cova vendetta e si fa rispettare, che aiuta l’uomo a comunicare dal carcere, che prende le redini della famiglia e cammina a testa alta senza mostrare dolore alcuno per la prigionia o il lutto dei suoi cari. Badolati è molto lucido nella descrizione di entrambe le “razze”. Potrebbe sembrare felice una vita da donna nella ‘ndrangheta, lussi, rispetto, onore. Se non fosse per la tristezza e la depressione di cui mogli, figlie e sorelle sono condannate per tutta la vita. Gratteri e Badolati hanno spiegato perfettamente la condizione delle donne e più in generale delle famiglie di ‘ndrangheta, nelle quali regnano dispiacere, tristezza, insoddisfazione, lutti. Il procuratore ha sottolineato quanti psicofarmaci sono costrette a prendere le donne che devono occuparsi di situazioni pesanti e disastrose, come la prigione, i lutti, le latitanze. Le famiglie di ‘ndrangheta non vivono nei castelli delle fate, ma nelle torri delle streghe, se tanto ci piace parlare di favole. Fortunatamente qualcuna si ribella alla logica del terrore e della vendetta. Teresa Strangio si rifiuta di indossare gli abiti neri per il lutto del figlio e del fratello, perché il vestirsi di nero delle donne simboleggia vendetta, quindi altro sangue. Alla pretesa di spiegazioni risponde:”[…] Ho deciso di piangere in silenzio e di ricacciare indietro tutte le parole di odio. A chi entrava in casa mia, gridando contro i colpevoli, ho messo la mano sulla bocca, chiedendo di pregare o di uscire.” La colpa delle difficoltà di questa regione, di queste regioni del meridione, è di coloro i quali strisciano anziché camminare per paura di cadere.

(Federica Giovinco)

le-ndranghiste-dell-est-204x300 Riflessioni dal libro "Le 'ndranghetiste dell'est" di Arcangelo Badolati